Nel 1854 il Giappone aprì i confini al commercio con l’estero, e l’Europa non capì più niente. La mania del Sol Levante cominciò ad impazzare nel vecchio mondo: le barriere erano cadute e l’affascinante, esotica, misteriosa cultura giapponese giungeva nel Continente e stuzzicava ricchi, intellettuali ed artisti. Non da ultimo, Vincent Van Gogh.

La sensibilità e le opere del pittore olandese mi hanno sempre appassionata, ma di questo suo debole per il Giappone non avevo mai sentito parlare. Al Museo Van Gogh di Amsterdam, però, mi sono imbattuta in una mostra dedicata proprio a questa tesi, Van Gogh e il Giappone, (23 marzo/24 giugno 2018 – scusate lo scarso preavviso). L’audioguida racconta di questa sua passione usando le parole dello stesso artista, prese dalle lettere al fratello Theo. Sulle pareti vengono accostate le stampe giapponesi della sua collezione originale (lì presente), e le tele ad olio dell’autore, che ne sono dichiarata copia. La cultura e la moda nipponiche arrivavano a Vincent grazie a riviste e opuscoli che circolavano in Francia: Van Gogh se ne tappezzava lo studio, e sognava.

A sinistra: Hiroshige, Il Giardino dei Susini a Kameido, stampa xilografica, 1857; a destra: Van Gogh, Susino in fiore (da Hiroshige), 1887, olio su tela

Sappiamo tutti che i primi soggetti di Van Gogh, quelli del periodo olandese, sono scuri, duri, inquietanti, quasi deformi, a rappresentare la durissima vita contadina che l’autore ritiene essere la forma di esistenza più autentica, in contrapposizione all’esodo nelle città dettato dalla rivoluzione industriale. Volti turpi e gonfi, pennellate tormentate, pioppi alti e gravi, cieli torbidi e implacabili.

La sua personalità non è di certo più solare dei suoi quadri, e prima che sia troppo tardi, decide di trasferirsi a Parigi per coltivare la propria vocazione di artista. È lì che scopre davvero le correnti e le personalità che contano nel suo periodo. Ed è lì che viene a contatto con il Sol Levante attraverso le famose stampe. Le figure qui rappresentate non sono mai persone appartenenti a una quotidianità, ma sono sempre personaggi che vivono una realtà parallela o fittizia: attori, danzatori, o cortigiane. Nessun contadino, nessuna lavandaia. Il grande cruccio di Van Gogh era quello di non saper ritrarre con precisione il volto umano, e dei giapponesi ammira la chiarezza della figura. Ne ama i paesaggi sereni e imperturbabili, le distese di neve e i ponti fatti di esili assi di legno. La pace dei rami di mandorlo e dei ruscelli che lo rimandano ad un Eden misterioso e perfetto.

Giapponeseria: Oiran, olio su tela, 1887

Van Gogh sogna e al fratello Theo dice che c’è stato un errore: non avrebbe dovuto nascere in Olanda, ma in Giappone. Quella è la sua vera natura, il suo vero mondo. Lui non appartiene a questo. Un passaggio commovente: quante volte ciascuno di noi, non trovando il proprio posto, si è trovato ad immaginarsi in un altro luogo o anche in un’altra cultura, fino a credere di non poter esprimere il proprio essere se non abitando quel nuovo e sconosciuto contesto? A me è capitato da adolescente con il “sogno americano”, o con il fascino caldo della Spagna dopo una gita scolastica. Van Gogh si interroga così tanto sulla propria identità, sul proprio posto (sbagliato) nel mondo, che finisce per farsi un autoritratto con gli occhi a mandorla.

Autoritratto (dedicato a Paul Gauguin), olio su tela, 1888

Quando Vincent si trasferisce nel sud della Francia, dichiara di farlo per cercare i colori del Giappone, la stessa luminosità e la stessa armonia. Per questo la sua tavolozza si fa così chiara, e i rimandi all’arte nipponica si intensificano.

Ramo di mandorlo fiorito, olio su tela, 1890

Ma il quadro che più mi ha convinta della tesi della mostra è stato l’autoritratto con orecchio fasciato. Durante un litigio furibondo con il coinquilino Gauguin, in un raptus, Vincent si taglia il lobo di un orecchio con un rasoio. Sì, era dura anche per lui condividere la casa. Eccolo qui infatti con la fasciatura. Gauguin se n’è andato, è finita la speranza di creare e portare avanti una community di artisti. Fine dell’amicizia e del sodalizio professionale. Cosa resta? Il sogno del Giappone, nella stampa appesa sullo sfondo.

Autoritratto con l’orecchio bendato, olio su tela, 1889

Van Gogh non andrà mai in Giappone e non ho bisogno di dirvi che la sua storia finisce presto e finisce male. Ma scoprirlo così proiettato verso l’esotico e così sognatore, me lo ha fatto sentire ancora più umano e vicino.