Quando si è cominciato a parlare di Body Positivity anche in Italia ero felice, ma se ci pensate bene non è un caso che non ci sia mai stato un termine preciso per tradurre questo movimento in italiano. Parliamo sempre e solo di accettazione di sé in maniera generica, poco organica e quindi poco efficace. Non c’è mai stato un movimento vero e proprio, una convinzione di fondo, ma almeno se ne parlava e questo mi sembrava sufficiente come inizio. Poi ci siamo fermate, i discorsi sul corpo delle donne hanno preso una piega diversa perché il #Metoo era più urgente, ma nemmeno questo ha trovato il riscontro che si meritava in Italia (nemmeno quando in prima linea c’era una italiana). C’è sempre modo di riprendere la conversazione, mi sono detta, per parlare di immagine della donna e del suo corpo in termini nuovi, quelli che ispirano proprio la Body Positivity. E invece no.

I termini plus size e curvy sono diventati stereotipi, parole usate per attirare lettori e vendere, e aumentano pericolosamente i rimbrotti buonisti: grasso non è bello, grasso non è sano e dire “sto bene con me stessa” oltre una certa taglia è un insulto al buon senso. Perché se sei grassa non dai il giusto messaggio, glorifichi l’idea di un corpo malato e quindi pesi sull’economia del paese. Più grassi = più malati da curare a nostre spese.

Per anni scrivendo di Body positivity nella mia nicchia ben protetta ricevevo commenti sempre uguali. “Guarda che il sovrappeso è sinonimo di malattia, non è sano dire che si può essere grasse e felici”. Ogni santa volta. Hai voglia poi a spiegare che il messaggio della Body Positivity è diverso e contempla l’idea che non ci siano dei canoni di bellezza e “accettabilità sociale” dell’aspetto fisico e che non è da tramutare in un discorso sulla salute. È naturale che quando si parla di problemi di salute andiamo oltre la Body Positivity. Lunghe conversazioni, ma non se ne usciva e stranamente a farmi queste obiezioni erano sempre persone particolarmente fissate con l’allenamento.

Mi sono sempre interrogata, allora, su quale fosse il confine tra il consiglio di salute e la libertà dell’individuo. Fino a che livello posso essere libera di avere il culone e non sorbirmi la predica non richiesta? Da quale taglia è consentita la legittima preoccupazione sulla salute? Se le maggiori testate italiane definiscono la 46 una taglia curvy vuol dire che sono in serio pericolo? E ancora: oltre la 46 sono debole? Il mio sedere e la mia pancia sono prova evidente della mia scarsa volontà di perseguire il dimagrimento auspicato dai difensori della salute pubblica?

Sarà mica che abbiamo un problema di grassofobia anche in Italia, dove l’incidenza dell’obesità sulla salute pubblica non è così dirompente come in America?

Autodeterminazione vs libertà d’opinione

Il corto circuito si crea quando alla tanto sbandierata autodeterminazione femminista, nella quale io credo fermamente, si contrappone lo sguardo sospetto verso il diverso, il grasso e l’idea che il giudizio sia sempre legittimo dietro il paravento della libertà. Riflettendo più a lungo mi sono detta che non si può partire in quarta contro ogni singolo commento indelicato o sinceramente convinto che il detox sia la cosa più urgente che ti serve, ma che tutto rientra nella libertà d’opinione, ovvio, e in un errore di linguaggio gravissimo. Ne ho avuto conferma quando ho letto Beauty Mania, un saggio scientifico sulla malattia della bellezza e, soprattutto, Fame di Roxane Gay, bandierina d’attivismo di molte. Ma lo staranno capendo fino in fondo?

È uno stupro il motore della trasformazione violenta di Roxane Gay, l’autrice, e tutte partecipano al dolore, lo capiscono, ne denunciano l’orrore sinceramente colpite, ma poi non sarà difficile leggere su Twitter la Gay interagire (in maniera anche poco carina) con uomini che le danno della grassa (che sorpresa, eh?) e donne che le consigliano di vestirsi meglio per la sua stazza. Quotidianamente. E allora a che serve pontificare e pubblicare libri come questi se poi non si resiste alla cattiva abitudine di offendere e giudicare? Del resto Roxane Gay non dice che “Grasso è bello! Diventate tutte come me”, piuttosto: questa è la mia battaglia, la mia libertà, la vostra libertà finisce nel momento in cui pensate di sapere perché sono così. E modifica radicalmente il linguaggio con cui esprime questo concetto:

niente retorica del credi in te stessa, sei bella come sei, solo la pura e semplice libertà di raccontarsi in maniera persino crudele, ignorando il colossale senso di colpa inculcato dalla società salutista a tutti i costi

Un problema di linguaggio

Eccolo il nodo della questione, allora. Non sono i chili in più il punto nevralgico della Body Positivity nella sua accezione originale, ma il linguaggio, cioè

come parliamo e come raccontiamo la questione del corpo a noi e alle nuove generazioni, quelle che poi crescono con l’illusione che se diventi magra puoi risolvere tutto il tuo malessere.

Ma sì, aggiungiamo anche che il dimagrimento è essenziale per la salute e che grasso non è bello nemmeno per lo stato che ti cura, così sì che si risolve la questione. Ma di cosa mi meraviglio in fondo, io che ho visto con i miei occhi donne adulte definire colleghe con l’appellativo “Peppa Pig” perché erano una taglia 50.

Il linguaggio diventa fondamentale, allora, nell’esempio che vi porto per dimostrare la mia tesi. Un innocuo, almeno per molti, programma Real Time (che non è certo oggetto del mio contestare)  e una campagna social di lancio con un video altamente significativo.

Due donne, madre e figlia, entrano in uno studio pieno di luci per annunciare che da lì ad un anno cambieranno il loro aspetto fisico e ritorneranno in studio “magre e bellissime”. Ecco il primo errore: non è, come penserete, la volontà di dimagrire, che rientra nell’autodeterminazione, ma il linguaggio usato. Implicitamente si sta dicendo che solo magra è sinonimo di bellissima.

Non dicono “Magra e sanissima”, ma “Magra e bellissima”.

La più giovane delle due donne dice di aver subito bullismo per il suo peso “Mi chiamavano grassona, balena” e che lei ha sofferto molto. Una sofferenza legittima, che conosco e che difendo, ma qual è l’errore di linguaggio in questo caso? Comunicare subito dopo che da lì ad un anno loro saranno cambiate, magre e bellissime come dicevamo prima, e quindi

la soluzione non è nel condannare il giudizio feroce del bullo, ma nel cambiare la giovane donna.

Tu devi dimagrire per non pesare sulla sanità, per far parte di quella narrazione collettiva (e ultimamente molto ossessiva) sulla salute, l’urgenza di molte influencer se ci fate caso, che professano la libertà di avere il fisico che vogliono e poi promuovono tisane e bibitoni per drenare liquidi, disintossicarsi da chissà cosa e perdere peso. In buona sostanza sei tu a dover impedire che ti chiamino balena o grassona. Voi bulli continuate pure con le offese, tanto noi abbiamo l’arma segreta: il dimagrimento.

Dopo pochi secondi le due donne tornano nel studio visibilmente dimagrite, la conduttrice le accoglie trionfante e incredula, tutti applaudono il riscatto delle balene che ora sono diventate bellissime. Di colpo tutti i problemi delle due donne sono risolti. Il grasso è andato via, nulla può scalfirle.

Il dimagrimento, allora, nelle pieghe di un progetto televisivo più ampio e ragionato, torna indisturbato ad essere sinonimo della “Rinascita per una vita più bella”, come negli anni ’90 ai tempi di certi programmi Mediaset (qualcuna ricorda Il brutto anatroccolo?). E qualsiasi donna, di qualsiasi età, che vedrà questo frammento si sentirà inevitabilmente inadatta, spinta a ricercare il dimagrimento plateale che sana tutte le ferite.

In conclusione: diciamocelo pure con orgoglio, noi donne siamo belle come siamo, ma se non entriamo in una taglia L dobbiamo farci un esame di coscienza e ragionare sulla nostra debolezza. La libertà di essere vale solo in certi casi specifici, perché il linguaggio corrente è ancora settato su “curvy è bello, ma non esageriamo”. O meglio, il corpo è tuo sempre e comunque, ma se sei sovrappeso è un tuo fallimento personale che sei pregata di non far pesare alla sanità pubblica.

Per approfondire e riflettere

It’s not fine to be fat. Celebrating obesity is irresponsible

Troppo grassa

L’orgoglio curvy non può trasformare l’obesità in un valore da glorificare

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In copertina: My body my business, Michele Pred.