Ho appena finito di leggere il libro “Hai detto trenta?” de I Trentenni e sto fissando il muro da dieci minuti. Sembro una pazza con gli occhi appiccicati tra due copie di Lichtenstein della sala, in realtà sono una pazza che su quel lembo di parete bianca sta riguardando il film della propria vita, dal liceo a oggi. Un numero indefinito di scene dalla durata variabile, senza un ordine preciso, con buchi neri qua e là, un po’ indietro piano, un po’ avanti veloce, un po’ qui saltiamo e un po’ qui tagliamo.

È l’effetto di libri come questo che riflettono su un tempo andato, che hai vissuto, e ti costringono a fare lo stesso.

Ma spieghiamo bene. “Hai detto trenta?” è il libro tratto dal blog “I trentenni” creato da tre amiche di lunghissima data, Silvia, Ilaria e Stefania, trasformatosi a sua volta in un’enorme community di persone nate negli anni ’80 che su Facebook e Instagram parlano, chattano, scrivono, partecipano a suon di nostalgia e BIMBUMBAM.

Il libro parla di un viaggio intrapreso dalle tre protagoniste (qui con i nomi di Lea, Andrea e Viola) per tenere fede a una lista ritrovata in una mitica Smemo. La lista, redatta sui banchi del liceo, indica 15 cose da fare prima dei trent’anni. Un viaggio in tre era una di queste, insieme a “Fare il bagno nude”, “Limonare Cesare Cremonini”, “Ballare con Jo Squillo”, “Comprare una casa”, “Fare almeno due figli” e tante altre. Dopo aver ritrovato Viola, negli anni persa di vista, le tre amiche partono da Milano e arrivano a Malta, aggiungendo tappe in tutta Italia e includendo nell’impresa anche Martino, altro amico storico e forse, per qualcuna, qualcosa di più. Da Malta, poi, ognuna tornerà alla propria vita, alla realtà, al presente, a quello che sono diventate, ai trent’anni passati da un po’, alle cose della lista ancora da spuntare.

«Dài, facciamo così, scriviamo una lista delle cose da fare prima dei trent’anni.»
«Hai detto trenta?»
«Sì, trenta»

Certo, a volte i riferimenti agli anni ’90 (dai vestiti alla musica, dai motorini agli alcolici, dagli oggetti ai luoghi) sembrano a volte infilati a forza, certi passaggi di trama appaiono un po’ scontati e il finale arriva in modo brusco, quasi frettoloso. Ma qui l’aspetto tecnico conta relativamente. Quello che mi interessa è l’aspetto esistenziale, quello che c’è tra le righe, il significato ultimo e altro di queste 338 pagine. Quello che mi interessa, in sostanza, è parlare di me e della mia generazione. Di me e della mia generazione sparpagliata tra i 30 e i 40 anni, tra l’inquietudine e il martello, tra un passato appena passato e un futuro che qualcuno si immagina e qualcuno no, comunque diverso dalle aspettative.

Perché si dovrebbe leggere un libro così? Perché se sei nato nei dintorni del 1980 non puoi non leggerlo. Oltre a ritrovarci te stesso, il tuo vicino di banco, quello che ti piaceva nella classe affianco, le amicizie indistruttibili, l’Uniposca, la musica dance e tutti i casini urgenti da raccontare dentro una cornetta, ci trovi anche un concetto fondamentale: il non fatto che si può ancora fare.

Le tre amiche intraprendono un viaggio che non è solo un viaggio: è la copia precisa della loro adolescenza con in più cose che non avevano potuto vivere allora e in meno la necessaria spontaneità che solo “la prima volta” concede.

Un’adolescenza a trent’anni. Non è forse ciò che tutti noi degli anni ’80 cerchiamo ostinatamente di replicare? Sì.

E lo è perché forse non l’abbiamo vissuta a pieno, perché forse ci sono ancora tantissime cose che non abbiamo fatto, cose che immaginavamo tra una versione di latino e l’altra, progetti, sogni, aspirazioni che destinavamo alle pagine della Smemo tra una frase di Jim Morrison e una cicca di sigaretta, fumata proprio quella sera, proprio con lui, e appiccicata con lo scotch. Siamo la generazione del “si può ancora fare” (a differenza di quella prima, la generazione del “ho fatto tutto”) e poco importa se sia davvero così, Abbiamo bisogno di crederci, abbiamo bisogno di tenere un piede nelle bollette da pagare, per dimostrare di essere cresciuti, e uno nelle etichette dell’Absolut Vodka, per ricordarci che uscivamo di casa a mezzanotte e tornavamo alle 5.

Più che una generazione, siamo una terra di mezzo, un po’ grandi, un po’ piccoli, un po’ analogici, un po’ digitali, un po’ lanciati verso il futuro e un po’ ancorati al passato. Qualcuno con figli, qualcuno senza, qualcuno convivente, qualcuno single, qualcuno con il lavoro dei sogni, molti di più senza, quasi tutti in affitto.

Forse indossiamo maglie con i cartoni animati per non pensare al precariato, compriamo gli Ovetti Kinder per distrarci da un mutuo che non ci concedono, ascoltiamo gli 883 per far finta che la società non ci chieda conto di figli che non arrivano. La nostra adolescenza, come quella di tutti, è stata un mondo meraviglioso in cui è bello tornare. Ma se ci torniamo così spesso, a differenza di tutti, è perché forse è il dopo che ha lasciato a desiderare.