Era l’estate del 2007. In un paesino più o meno sperduto della pianura Padana, me ne stavo sveglia fino alle due di notte davanti al mio primo portatile cercando film e serie TV da vedere ma soprattutto aspettando l’amica su MSN per spettegolare dello status di quella piuttosto che di quell’altra. Girovagavo, annoiata e infastidita dalle zanzare, su MySpace, Tumblr e Fotolog – sì, Fotolog – aspettando non so bene cosa. Era il secondo anno in cui seguivo quelle che oggi definiremmo blogger o influencer, solo che in quell’anno non influenzavano nessuno: semplicemente sapevo di poter trovare nei loro profili musica, libri e fumetti che potevano piacere anche a me. A distanza di anni, e diversi social network dopo, ricordo quel mondo come un qualcosa di intimo, una sorta di tana in cui rifugiarmi. In quell’anno nessuno utilizzava il proprio nome quando si registrava a un nuovo social: si sceglieva come nickname il titolo di una canzone, il personaggio di un libro o i più coraggiosi sceglievano una storpiatura del proprio soprannome. Si condividevano i primi selfie, quello sì, autoscatti improvvisati con la prima macchina fotografica digitale, ma non c’era morbosità, non c’era la voglia di farsi vedere o notare. Quello, così mi piace ricordarlo, era un mondo in cui si voleva condividere ma soprattutto esprimersi. Con nomi diversi, vero, ma col desiderio di vivere l’adolescenza lasciando qualche traccia di sé e degli enormi cambiamenti che stavamo affrontando in quella fascia d’età.

Si può essere soli ovunque, ma la solitudine che viene dal vivere in una città, circondati da milioni di persone, ha un sapore tutto suo.

È stato leggendo Città sola di Olivia Laing che mi sono sentita ricatapultata in quel mondo. Ai tempi, come dicevo, non abitavo in una grande città come ora eppure se faccio un paragone tra ieri e oggi mi ritrovo ancora qui, nella stessa e assurda posizione: davanti a uno schermo, nella mia stanza – qualunque essa sia – a sperare in una manifestazione (oh, un’epifania!), aspettando qualcosa che mi faccia sentire viva. Se prima ero quantomeno circondata dalla famiglia, da amici e parenti, ora sono in un palazzo con altre sedici famiglie che non conosco, stando sempre e comunque davanti a uno schermo a inventarmi modi per passare il tempo fra un libro e l’altro, sperando di non pensare a quanto fuori sia pieno di persone mentre qui, in questa stanza, ci sono solo io, isolata dal resto del mondo. Ma dopotutto, pensandoci, non è forse questa una delle sensazioni che potrebbe provare la donna al centro di Morning Sun in una delle opere più famose di Edward Hopper? Olivia Laing, ed è qui che vi voglio portare, ha scritto un libro –  un no – fiction, in cui tutte queste sfumature vengono riprese per donar loro una forma, riportando tutti noi a pensare a quella sensazione che si prova quando si passeggia in un centro abitato d’estate, verso l’ora del tramonto, mentre i lampioni si accendono e dalle finestre aperte delle case tutt’attorno arrivano voci dai televisori accesi accompagnate da quell’effetto dalle sfumature blu date dallo schermo.

Città sola, tradotto da Francesca Mastruzzo e portato nelle librerie da Il Saggiatore, è un insieme di immagini e parole che vogliono raccontare la città, sì, ma soprattutto il senso di spaesamento, la sensazione che si prova quando ci si ritrova immersi nella società eppure esclusi. Come quando si arriva in una città nuova ma anche come quando ci si sente giudicati per le proprie idee, inclinazioni e passioni. Quello di Olivia Laing, infatti, è soprattutto un’analisi di ciò che la città provoca in noi e soprattutto negli animi più sensibili, più inclini all’arte e al bisogno di raccontarsi: Edward Hopper, Andy Warhol e figure forse meno note ma ricche di storie fatte di solitudine come quelle di David Wojnarowicz e l’incredibile Valerie Solanas. Tutte queste vite sono racchiuse in un libro che dall’esperienza personale sfociano in una riflessione sull’arte, sulla capacità dell’uomo di trovare in oggetti, come il registratore ieri e lo schermo dello smartphone oggi, il coraggio di esprimere la parte più intima racchiusa in ognuno di noi: la paura di raccontare quanto ci sentiamo soli e tutte le incredibili conseguenze che ne possono nascere (alcune fra queste, la ricerca di una maschera da indossare, la voglia di provare a raccontarsi con un linguaggio diverso).

Se al centro di questo lavoro c’è soprattutto New York e gli artisti che l’hanno vissuta e raccontata, Olivia Laing porta in queste pagine anche tutto un approfondimento sul cambiamento stesso di città, dal processo sempre più palpabile di trasformare una parte di centro “sporca” in un qualcosa di pulito, partendo dalla società stessa e dal loro concetto di metropoli. Ne sono un esempio i sobborghi che diventano sempre più patinati, “vivibili” e lontani da ciò che potrebbe essere preso di mira da quelle che vengono definite erroneamente minoranze. Un cambiamento, questo, che si rispecchia anche nel differente modo di vivere la città basato sempre, però, sul mettere uno strumento fra il centro abitato e l’io. James Stewart, ne’ La Finestra sul Cortile di Alfred Hitchcock, non interpreta forse un personaggio che guarda il mondo attraverso il proprio binocolo? Non è forse qualcosa di simile a quello che Andy Warhol faceva con il suo registratore? Dobbiamo quindi forse stupirci se col tempo abbiamo cominciato anche tutti noi a utilizzare uno strumento così piccolo e maneggevole come uno smartphone per esprimere il continuo desiderio di attenzione, sì, ma anche di un’osservazione ininterrotta?

Nel 2018, leggere Città sola di Olivia Laing fa bene al cuore e allo spirito. Ci fa sentire più umani, più vivi e più inclini a capire perché ci ritroviamo così tante volte, sdraiati sul letto oppure alla fermata del tram, a scorrere il feed di Instagram senza sapere nemmeno perché e senza nemmeno notare così tanto ciò che vediamo. È una guida, quella di Olivia Laing, che dall’arte e dalle città ci porta qui, dove siamo ora, mentre state leggendo questo articolo dal vostro cellulare mentre siete in bagno oppure alla fermata della metro, mentre fate una breve pausa al lavoro o semplicemente state posticipando la voglia di cucinarvi la cena.

Fatevi un regalo, leggetelo.


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