Sei mesi fa c’è stata la fine del mondo. La realtà per come la conoscevamo noi, è scomparsa.

Ci sono Ali, Misha e Nic nel nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, e c’è una Italia selvaggia e a pezzi popolata da personaggi solitari e disfunzionali. Verrebbe da dire che questa è una rappresentazione distopica del futuro, ma la verità è che l’Italia di questo romanzo è uno specchio, solo leggermente distorto, della realtà che viviamo adesso. Ci sono tutti gli elementi, hanno solo una forma diversa. Si è persa la dimensione  “sociale” a vantaggio di sette e comunità ossessive e misteriose, si cerca una salvezza dalla miseria quotidiana nei santoni portatori della verità assoluta.

I tre protagonisti cominciano un viaggio sulla statale 45 che collega Piacenza a Genova con telecamere alla mano. Stanno girando un documentario, sono tornati a lavoro dopo un evento traumatico che ha incrinato per sempre le loro vite e vanno a caccia di scoop su 5 sette differenti: la Confraternita del Serpente nero, Secondo Zion, Frank, La Luna nuova e La Mano.

Noi facciamo documentari. Filmiamo il reale in tempo presente. La nostra specialità è tutto quanto sta all’incrocio tra lo strano, il triste e lo scuro. Andiamo a cercare le vite delle persone diverse da noi – le vite di quelli che fanno cose squallide, bizzarre, antisociali e degradanti, ma in fondo curiosamente umane, no?

dice Misha.

La verità, però, è che vogliono mostrare l’effetto salvifico di queste sette, che, inevitabilmente, non c’è. È solo una illusione, quello che rimane veramente è una società che conserva elementi a noi conosciuti: è misogina, aggressiva e credulona.

Ci sono, per esempio, uomini che non toccano le donne perché hanno un passato da violenti da espiare. Assassini e stupratori che riconoscono i loro peccati e li purificano con la vita in comunità, ma scaricano implicitamente le colpe anche sulle donne tentatrici: nessuno li deve toccare e al calare delle tenebre non possono più garantire la sicurezza ai tre protagonisti. C’è poi “La luna nuova”, la setta in cui le donne devono partorire con dolore, perché il dolore nella vita va accettato e torturarsi è la via per la purificazione. Oppure c’è “Secondo Zion”, la setta ferma al 2015, “l’ultimo momento nel regno dell’uomo in cui si era disposti a fingere che sarebbe andato tutto bene” scrive la Bellocchio. E chi non è stato tentato da questo pensiero? Chi non ha pensato che dopo gli attentati terroristici a Parigi di quell’anno, per esempio, non fosse finito il mondo come lo intendevamo noi?

Ali, Nic e Misha barattano interviste per pochi spiccioli e smalto blu sulle unghie, attraversano paesi e boschi in stato di abbandono decimati da epidemie e fughe volontarie, combattono i loro stessi demoni con il racconto di ciò che c’è intorno. No, non è una distopia, questi siamo noi esagerati solo un po’ nelle nostre debolezze e peccati.

Il mondo tratteggiato da La festa nera, allora, è quello che già viviamo, è sulle nostre spalle, incombe e ci perseguita facendosi sempre più concreto. Talmente concreto che ci si chiede se questa non sia una evoluzione già in atto, se le sette non siano già qui, se la salvezza che cerchiamo sia ancora possibile o se tutto verrà ingoiato dal buco nero dell’aggressività, del giudizio crudele con un messaggio veloce sui social network. Questo è un futuro che è anche presente perché ci stiamo abituando alla normalizzazione della violenza, alla radicalizzazione dell’odio.

La protagonista di tutto questo, Misha, è una donna instabile, difficile da interpretare. Con mestiere e furbizia si svela piano piano nella narrazione nervosa e dettagliata di Ali fino ad arrivare al compimento del suo destino nelle mani del Padre, santone atipico, che svela il suo dolore privato. E Misha sa a cosa va incontro, anche se fino alle ultime pagine del romanzo sembra solo una furba bambola in preda agli antipsicotici e alle sue manie. E prende il controllo totale del suo destino con la dignità che per tanto tempo le è stata negata.

La festa nera di Violetta Bellocchio è un romanzo fulminante, un monito impossibile da ignorare, quello specchio nel quale ancora non abbiamo voluto vederci, ma che è lì, beffardo e sinistro. Saremo mai salvi da questo destino?

È inutile cercarci una morale o una logica. Nessuno saprebbe dire come si è aperta una simile crepa nella terra sotto i nostri piedi. Però è successo, a noi, ed è per questo che siamo finiti come siamo finiti.


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