Aveva precorso i tempi Sarai Walker con il suo Dietland, romanzo uscito nel lontano 2015, e non ce ne eravamo ancora accorte. Poi è arrivata la TV, AMC per la precisione (Prime video per l’Italia), ed ecco confezionata quella che potenzialmente è una serie TV interessante, con una patina rosa e un contenuto quasi rivoluzionario. La protagonista, Alicia “Plum” Kettle, trentenne in sovrappeso – grassa per la precisione – con i suoi pensieri ossessivi e autodistruttivi, lavora per un colosso dell’editoria Newyorkese che pubblica esclusivamente magazine femminili. A contorno le vicende di un movimento femminista violento e una setta camuffata da gruppo motivazionale. Tanti ingredienti per quello che, in realtà, è puro femminismo patinato moderno.

Ci sono i simil Terry Richardson che molestano le modelle, la temibile Kitty, il capo di Plum, una Joanna Margulies crudele e asciutta, e c’è il mondo dei magazine al femminile che investe su make up e consigli  vuoti come slogan pubblicitari. Le donne devono tassativamente dimagrire se sono in sovrappeso, prendersi cura delle rughe e seguire ogni trend, perché solo così si vive felici e ci si adegua al principio di “Bangability” -“Fuckability” nel libro- ovvero il badare a sé stesse per piacere agli uomini. E se si ha più di 40 anni? Si fa come Kitty: succhi al collagene per contrastare il minimo segno di invecchiamento. La prima ruga è il segnale inconfutabile che sei finita.

Plum vive, così, una vita a Brooklyn apparentemente placida, risponde per conto di Kitty alle e-mail delle ragazzine in difficoltà e lavora dal caffè di un suo amico senza mostrarsi troppo in pubblico, perché è grassa, è sempre a dieta e nel suo tempo libero va agli incontri degli Waist Watchers. Tutta la sua esistenza ruota su due urgenze fondamentali: tirare fuori l’Alicia che è in sé (magra, felice e “scopabile”) anche con l’uso della chirurgia invasiva e, nel frattempo, nascondersi al mondo. Plum indossa solo tuniche scure, incontra Kitty in poche e rare riunioni vis-à-vis, non ha relazioni con uomini ed è dipendente dagli antidepressivi, retaggio di una adolescenza tribolata da ragazzina grassa.

Ero buona solo per scrivere dal mio triste appartamento. Non per essere mostrata in pubblico.

La triste e granitica conclusione di una serie lunghissima di tentativi di dimagrire ed essere felice.

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Il punto di forza di Dietland

La descrizione perfetta del Plum-pensiero su di sé e il racconto micidiale dei pensieri disfunzionali delle donne in sovrappeso, non conformi ai canoni della società: questo è il punto di forza del libro e della serie.

Dopo aver riflettuto sul linguaggio dell’esterno, cioè degli altri e dei media che giudicano costantemente il corpo femminile, e dopo l’analisi scientifica di bellezza e percezione di sé, con Dietland si fa un viaggio in un pozzo nero senza fine, l’animo umano, per vedere, pur con la luccicante patina televisiva, cosa succede nella testa di una donna obesa, plus size, grassa. Quella in atto nelle prime puntate andate in onda, ma anche in tutta la narrazione del libro, è la battaglia costante che Plum ha con il suo corpo e la sua mente, la volontà ferrea di nascondersi, di dimagrire e di affidarsi a gruppi di auto aiuto mostruosi e frustranti. Il cervello di Plum, però, non vede nulla di tutto questo, intontito com’è dalle pillole antidepressive e cieco su ogni stimolo, tranne che per il suo corpo in sovrappeso. Non esiste altro, solo la battaglia col grasso. Sono davvero pochi gli sprazzi di luce negli occhi di Plum, una meravigliosa Joy Nash nella serie TV, visibili soprattutto quando decora minuziosamente, canticchiando, le torte per il coffee shop dell’amico. Ma quando, sovrappensiero, assaggia col dito indice un po’ di glassa al cioccolato, si riaccende la spia del giudizio e sputa tutto nel lavandino. Plum si sente un rifiuto della società e come tale si comporta.

Il femminismo “maschile”

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L’altro elemento fondante della narrazione di Dietland è il femminismo. Si mostra nel gruppo di terroriste inferocite, guidato dalla misteriosa Jennifer, che condanna a morte gli uomini violenti. Li stanano uno ad uno e l’esecuzione è crudele. L’opinione pubblica diventa testimone inerme di una escalation di violenza spaventosa, ma che quasi accetta nella speranza di una vera rivoluzione femminista. Diventa inconsciamente accettabile assistere ad un atto di terrorismo che colpisce uomini violenti, stupratori e predatori seriali? Se lo chiede Sarai Walker in un momento cruciale della storia e me lo sono chiesto anche io recentemente a proposito di The Handmaid’s tale. (Provate a leggere questa analisi con un pensiero finale incredibilmente illuminante).

È un caso se Dietland e Il racconto dell’ancella ritornano, con livelli di profondità evidentemente diversi, su questo tema? Con Dietland la risposta si perde nella rappresentazione grottesca delle femministe incattivite. Grottesca e non perfettamente riuscita, ma comunque voce necessaria nel dialogo femminista che stiamo imbastendo in questi anni: le terroriste di Sarai Walker sono solo caricature con metodi prettamente maschili o, a parte le uccisioni, fanno anche richieste ragionevoli? Lo scoprirete con la visione/lettura di Dietland. Del resto mettere in discussione le idee femministe, anche quando sono figlie di una narrazione un po’ zoppicante come in questo caso, è il passo necessario per validarle, condividerle e tramandarle. Altrimenti sarebbe una religione di invasate onnipotenti, praticamente una versione riveduta e corretta del patriarcato.

L’ossessione per le diete

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Terzo e ultimo cardine di Dietland il fenomeno sette. La Baptist Weight Loss, guidata da Eulayla Baptist che, richiedeva cifre astronomiche e forza di volontà sovrumana alle sue adepte promettendo il dimagrimento record. Dall’altro lato Calliope House, la comune messa insieme da Verena Baptist sulle ceneri del culto della madre, che ridà potere alle donne demolendo tutto quello che è la società adesso: ossessionata da bellezza, corpi snelli, affusolati, minuti, conformi.

Questi due fronti combattono a distanza temporale nella narrazione, nella serie TV e, soprattutto, nella mente di Plum, che si barcamena tra le due correnti di pensiero incapace di prendere una posizione ragionata. In più, nel libro Sarai Walker la fa facile mettendo in scena un riscatto all’americana della “sua” Plum raggiunto con i metodi particolari e fantasiosi di Verena. La Plum letteraria, così, diventa detestabile e aggressiva, protagonista di una rivolta che non è altro che un mix di crisi d’astinenza da psicofarmaci e adeguamento alle regole della Calliope House. La Plum televisiva rimane ancora in un limbo (le puntate andranno in onda una volta a settimana fino al 30 Luglio 2018 su Prime Video), ancora troppo fragile, incapace di elaborare pensieri sani o alternativi al mondo in cui ha vissuto fino ad adesso.

Tre donne, un unico punto di vista sul femminismo

Plum, Jennifer e Verena sono i tre volti di un unico dialogo sulle donne e sul femminismo, quello che si domanda se arriveremo mai a parlare del corpo delle donne senza tirare in ballo i soliti canoni irraggiungibili.

E il femminismo, che in Dietland diventa una guerriglia, si specchia in questa storia e si mette in discussione, come si diceva prima. Lo fa a tal punto che arrivi a chiederti se forse non sia proprio la risposta violenta l’unica via praticabile. Si torna in sé, pacate e civili quasi subito, ma questa domanda infesta in pensieri per molto tempo.

La battaglia di Plum è con la società, col femminismo, le sette e con sé stessa. Si esce mai da quella gabbia spessa e spaventosa che sono i pensieri distorti sul proprio corpo? Si raggiunge mai una parvenza di accettazione di sé che neutralizza secoli di retaggio del patriarcato? Dietland accende un faro su una realtà spaventosa: c’è una ossessione nella testa di ogni donna sovrappeso, che si tratti di uno o di cinquanta chili. Questa ossessione non passa mai ed è figlia della convinzione che

non ci sarà mai spazio per eroine, ma solo per fidanzate di supereroi.

Merito assoluto di Dietland, allora, è questo tentativo di cambiamento della narrazione: una protagonista diversa dalle scattanti modelle delle serie TV, padrona del proprio destino – anche se ancora non lo sa – e in lotta con la credenza obsoleta che relega le donne ad una sola vita (mamme/spose/compagne), ruoli che assume non per scelta, ma per decisione divina.

E non è un caso se a mostrare questa volontà di cambiamento hanno messo una donna incrinata e imperfetta.

Plum è la metafora realistica delle donne che ancora lottano con il proprio corpo – e la propria mente- per ragioni che non abbiamo mai messo in discussione fino in fondo. Non è semplice, si vede, ma è arrivato il tempo di prenderci la libertà di essere come vogliamo noi e non come vogliono loro, ci spetta di diritto.

 

Immagine in copertina: Dietland Twitter


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