Negli anni del liceo sceglievo i libri sulla base di quello che stavano leggendo le mie amiche più strette o il tipo figo di quinta, e applicavo buona parte della mia intelligenza ad escogitare sistemi infallibili per non leggere i libri imposti dalla scuola o caldamente suggeriti (leggi: imposti) dai genitori. Questo era il mio approccio di base alla vita scolastica, complici gli albori del web che già regalava megabyte di sinossi, bigini e riassunti.

Gabriel Garcia Márquez l’ho sempre snobbato con forza, principalmente perché i titoli dei suoi romanzi lasciavano presagire una pesantezza inaffrontabile. Cent’anni di solitudine? Mi aspettavo fiumi di tristezza, personaggi abbandonati a loro stessi, grandi monologhi esistenziali. L’amore ai tempi del colera? Garanzia di pustole e finale deprimente, era ovvio che almeno uno dei due sarebbe morto malissimo; Dell’amore e di altri demoni? Sfighe amorose rese ancora meno sopportabili da un alone mistico-religioso.

 

Lo so, ci vuole coraggio a scrivere cose simili su un autore che ha vinto il Nobel per la letteratura, ma che senso avrebbe mentire e sostenere che autori come Marquez, Tolstoj o Kafka hanno forgiato la mia gioventù? Credo che, a volte, sia proprio il confronto con chi esibisce la propria cultura con ostentazione ad allontanare le persone dalla lettura, a far passare la voglia di provarci perché se non sei stato un enfant prodige sei automaticamente ignorante o inadeguato, e lo sarai a vita.
La buona notizia è che si può recuperare, e oggi mi sento in dovere di scusarmi con Gabo per aver dubitato del suo realismo magico, della sua capacità di creare atmosfere fantastiche e della bizzarra ironia che pervade certi personaggi.

 

 

Ecco quindi, caro Gabo, tre cose fondamentali che ho imparato dai tuoi romanzi.

 

Non giudicare un libro dal suo titolo.

Se invece di “Cent’anni di solitudine” l’avesse intitolato “La pazza vita di Macondo” forse avrei avvicinato prima questo autore, ma non è una buona ragione. Io con i libri ho sempre rischiato di commettere lo stesso errore che, a volte, commettiamo con le persone: ci affidiamo alla prima occhiata per deliberare con granitica certezza che non fanno per noi. E invece bisogna aprirsi alle possibilità, perché il senso ultimo della lettura è proprio questo: portarci in luoghi lontani anni luce dalla nostra comfort zone, vivere per un po’ le vite degli altri, guardare l’universo da una prospettiva nuova.
E a quel punto, che la Macondo di Cent’anni di solitudine esista o meno è irrilevante, perché io ci sono stata davvero.

“Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

 

 

Come dice nonna, in amore vince chi fugge.

L’ho sempre considerato un consiglio retrogrado e banale, perché siamo donne 3.0 e se ci piace qualcuno glielo diciamo in faccia, con franchezza e spirito di iniziativa. A volte però il bisogno di rivendicare la parità con l’uomo, battaglia tanto folle quanto necessaria, ci può spingere ad emularlo anche quando, forse, non servirebbe. Perché privarci del tutto del friccicore, della poesia della seduzione? Possiamo prendere spunto (con moderazione s’intende) da Fermina Daza, protagonista de L’amore ai tempi del colera e regina indiscussa dell’arte del farsi corteggiare, capace di tenere appeso il povero Florentino Ariza per mezzo secolo in modo molto semplice: fuggendo e rispondendo a qualche lettera ogni tanto.

“Quelle lettere (…) si riducevano a raccontare fatti della sua vita quotidiana nello stile essenziale di un diario di bordo. In realtà erano lettere di svago, destinate a tenere vive le braci ma senza mettere la mano sul fuoco, mentre Florentino Ariza si inceneriva ad ogni riga.”

Va da sé che dall’altra parte ci dev’essere qualcuno disposto a stare al gioco, ad inseguire, ma questa è un’altra storia (e declino ogni responsabilità su eventuali risultati non soddisfacenti).

 

Siamo tutti un po’ più forti di quello che pensiamo.

Quando c’è da scrivere di cataclismi, tragedie e sofferenze umane, Márquez non ha mai risparmiato inchiostro. Penso alle fatiche di Ursula, che per cent’anni porta sulle spalle il peso di una famiglia complessa, al rancore autolesionista di Amaranta, che rinuncia all’uomo della sua vita per i sensi di colpa, alla crisi mistica di Cayetano Delaura, che per liberare Sierva Marìa dal demonio resta vittima dell’amore, “il demonio più terribile di tutti”.
Eppure tutti, in qualche modo, ce la fanno. E farcela non vuol dire necessariamente vincere, bensì cavarsela con quello che si ha, adattarsi al cambiamento, affrontare le avversità, sbagliare e ricominciare da capo ogni volta.

“Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma (…) la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé.”

Insomma, Márquez insegna che siamo un po’ più forti di quello che pensiamo, le donne soprattutto, che nei suoi romanzi sono sì personaggi quasi mitologici, ma sono anche la colonna portante dei mondi nei quali vivono.

E cosa c’è di più magicamente reale?

credits: Sara Bani Alunno, aka Carciofocontento

In copertina: artwork di Sara Bani Alunno, aka Carciofocontento.