La consapevolezza di questi tempi difficili e oscuri è la necessità di parlare, confrontarsi e studiare per contrastare l’ondata di superficialità cattiva che ci travolge ogni giorno. Cercate l’approfondimento, su ogni tema, e soprattutto quando vi diranno che di femminismo non c’è più bisogno di parlare, non ci credete: confrontatevi sul femminismo, studiate e approfondite cogliendo tutte le opportunità che editoria e web possono offrire.

Protagoniste di questa conversazione sono le tre autrici di Ghinea, la newsletter femminista di inutile: Gloria Baldoni, Francesca Massarenti, Marzia D’Amico. Ghinea arriva nella vostra casella di posta ogni fine del mese arriva portando con sé notizie, articoli, commenti, libri, poesia e donne da conoscere. Ragioniamo, allora, proprio con le autrici per fare il punto sul femminismo in Italia, sulla cultura e ciò che c’è ancora da fare.

CB:Le presentazioni. Come nasce il progetto Ghinea?
Ghinea: Noi tre siamo amiche da tempo (Gloria e Francesca lavorano anche insieme nella redazione di inutile) e il femminismo è ciò che più di tutto ci unisce. Il progetto è nato quasi spontaneamente non appena ci siamo rese conto che il volume del discorso femminista stava aumentando fino a raggiungere ciò che grossolanamente chiameremo il mainstream. Ci sono vari momenti nella cultura pop che illuminano questa tendenza, due dei quali sono la celebre t-shirt di Dior e lo spettacolo di Beyoncè davanti a uno schermo su cui campeggiava a caratteri cubitali la parola FEMINIST. Ciò che non è necessariamente un problema, ma senza dubbio una questione di cui tenere conto, è che prima di questa esplosione ci sono stati lunghi anni di sommersione in cui questioni chiave come la parità, il consenso, il corpo femminile e altri non erano in cima all’agenda politica e mediatica (basti vedere come in Italia è stata inquadrata la vicenda di Berlusconi e delle cosiddette Olgettine). Troppo silenzio, che ora può dare l’impressione che si stia ripartendo da zero, e nel vuoto. Ma nel frattempo le femministe hanno continuato a parlare, a scrivere, a produrre teoria e arte, seppure da una posizione più marginale, e senza interrompere la continuità con la tradizione di chi le ha precedute. I rischi che vediamo sono due: il primo è che questa nuova irruenza femminista si polarizzi attorno a figure di sicuri appeal e risonanza, dimenticandosi per strada parole e pratiche che costituiscono da decenni l’ossatura del movimento, il secondo è che non badi all’inclusività, concentrandosi su questioni e persone molto specifiche e non concedendo spazio al resto delle donne, e delle esperienze. E così ci siamo dette:

proviamo ad abbracciare tutto lo spettro, parliamo di tutte le donne, non parliamo solo di corpi e di sesso, mostriamo come raramente l’oppressione sia solo puramente di genere ma spesso si sommi a quella di classe e a quella razziale, e spesso coincida anche con un’aggressione abilista.

La newsletter è il prodotto di questo sforzo, mentre il resto del progetto, che arriverà nei prossimi mesi, avrà un taglio più storico. 

Progetti editoriali femministi. Mi pongo sempre una domanda quando incontro nuovi progetti femministi: è necessario fissare un obiettivo ben preciso da raggiungere (un particolare target di pubblico, numeri o risultati mirati) o è ancora importante farlo per amore di divulgazione e sensibilizzazione? Fuor di metafora: dobbiamo spostare l’attenzione sull’evoluzione dei contenuti o ci basta ancora avere più voci possibili?
La diffusione è una gran bella cosa, ma se è l’unica siamo rovinate.

Sebbene ci faccia piacere vedere che la risposta al nostro lavoro sia positiva e capillare, non scegliamo contenuti e parole coi numeri in testa.

Ci interessa di più essere attente e precise nei messaggi che mandiamo a chi ci legge oltre che nelle cause e nelle lotte di cui decidiamo di occuparci. Per questo preferiamo parlare di abusi in carcere, di poetesse palestinesi ingiustamente processate o di lavoratrici migranti piuttosto che dell’ennesimo molestatore di Hollywood: perché quando Hollywood sarà finalmente tutelata gli abusi in carcere non si fermeranno, la Palestina rimarrà occupata, e lo sfruttamento delle lavoratrici africane nei campi di raccolta europei andrà avanti. Allo stesso modo, proviamo a stare alla larga da sensazionalismi o manicheismi di facile presa immediata, ma che sulla lunga distanza consideriamo deleteri e tossici.

Il dialogo femminista. Sono nate molte iniziative editoriali negli ultimi anni, assieme ad incontri a tema, podcast, programmi radio femministi e movimenti, spinti anche dal #metoo e da #quellavoltache, veri e propri punti di svolta. Possiamo dire che c’è una mobilitazione femminista strutturata in Italia o c’è ancora qualcosa che manca?
Si può parlare di un diversificato interesse per il tema dell’eguaglianza, sicuramente, mi pare però che in Italia questo interesse si declini sempre e soltanto in maniera univoca quando osserviamo fenomeni “di massa” come #quellavoltache, discussioni su Vanity Fair o Glamour, ma anche l’articolista in controtendenza di certe riviste online. Il femminismo non diviene un tema portante ma un trampolino di lancio per rivendicare l’autonomia del singolo (e parlo al maschile perché questo femminismo di massa pone spesso in luce gli uomini, come elementi semi-centrali o comunque di specchiamento). Altrove il femminismo ha saputo trovare una strada di identificazione e lotta che si emancipa dal binarismo e dall’emulazione e riproposta di certi valori e comportamenti ritenuti discutibili. Insomma, i rapporti di potere determinati dal patriarcato vengono scoperchiati, anziché riproposti con in testa una “femmina” (virgolette d’obbligo, visto che l’idea di donna e di femminilità di queste realtà rimangono profondamente radicate nelle categorizzazioni stantie di un sistema di oppressione secolare). In questo trambusto a godere dei maggiori privilegi restano sempre le stesse persone, ecco perché si mobilitano proprio ora e così sonoramente. Esistono però anche realtà diverse di discussione, rappresentazione, e lotta che spesso non trovano spazio perché fa meno tendenza doversi dare da fare su più fronti: i collettivi, le esperienze di gestione sociale e artistica di spazi occupati, i gruppi di discussione intersezionali e via così.

Realtà messe in disparte da un femminismo prepotentemente pop che celebra le icone sulla cima della piramide e si dimentica presto che la gran parte delle persone per le quali il femminismo è importante sono invece alla base di quella piramide. 

Cosa manca quindi in Italia? La voglia di far primeggiare il senso di comunità, anziché della singola persona. 

“Fight sexism”: graffito a Torino, novembre 2016 (Wikipedia)

Il femminismo all’estero e in Italia. Nei primi due numeri avete condiviso con le vostre iscritte ottimi articoli di testate straniere. Che differenza c’è, se c’è, tra la produzione anglosassone e quella italiana in tema femminismo? Esiste un dialogo femminista universale o è giusto declinarlo a seconda del paese e delle sue urgenze?
Il panorama anglofono ha senza dubbio il primato sul lessico, e di conseguenza sui confini e la natura del dibattito femminista. Siamo molto attente a quello che succede oltreoceano e oltremanica, e se suggeriamo articoli o spunti in inglese (ma anche altre lingue!) non lo facciamo per elitismo o esterofilia, ma mosse dalla voglia e necessità di introdurre in Italia parole e idee che ancora non esistono, o non hanno un preciso corrispettivo.

Solo discutendo collettivamente possiamo arrivare a una traduzione, o meglio ancora a un adattamento, di linguaggi e concetti altrui al nostro contesto italofono, italiano ed europeo.

Inoltre, abbiamo molto a cuore la questione della lingua: rendere l’italiano “femminista” richiede un lavoro radicalmente diverso da quanto è stato fatto ed è in corso per l’inglese. Certamente possiamo lasciarci ispirare dalle soluzioni altrui, ma solo chi parla l’italiano tutti i giorni può dargli una forma più aperta e reattiva all’evoluzione dei generi. 

Femminismo e cultura. Nella newsletter condividete profili di donne da conoscere, canzoni, articoli, poesie. Quanto è importante il ruolo della cultura per la sensibilizzazione al femminismo?
Per noi è importante rivalutare non solo la cultura che parla di chi si identifica come “donna”, ma soprattutto amplificare le prospettiva, le storie (e la storia!) pensate e prodotte da loro, per chiunque voglia ascoltare. Siamo convinte che uno dei metodi fondamentali per diffondere le idee e gli ideali femministi sia presentando quanti più esempi di vita e di creatività possibili. Diversificare i modi in cui raccontiamo l’esperienza umana rende possibile reinventare la propria, e tentare di capire quella altrui. Per questo siamo sempre alla ricerca di figure oscure o lasciate ai margini:

vogliamo suggerire le loro opere a chi non trova voci congeniali, ma soprattutto ricollocarle nella geografia culturale che condividiamo con chi femminista non è.

Inoltre, ci interessa molto anche il meccanismo opposto, per questo siamo sempre molto interessate a capire le modalità in cui personaggi già affermati vengono riappropriati e riadattati, e per quali scopi.

Femminismo e libri. Un libro femminista che non dovrebbe mancare nella libreria di ogni donna?
Francesca: il primo tomo dell’autobiografia di Simone de Beauvoir, Memorie d’una ragazza perbene, del 1958. Non solo è una finestra sull’eccezionale percorso formativo di una pensatrice fondamentale, ma è una vera miniera di riflessioni e ipotesi su come costruirsi una “vita della mente” autonoma, come condividerla con gli altri, e come farlo quando si è donna e si fatica a trovare l’esempio che si desidera. Sono pagine che mantengono ancora un’enorme rilevanza per il discorso culturale che stiamo immaginando. 

Gloria: per me non si può fare a meno di Silvia Federici e del suo Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Federici si sofferma sui primi vagiti del capitalismo e nota come la sua nascita non sia stata possibile soltanto grazie all’espropriazione delle terre o alla colonizzazione di nuovi continenti, ma anche grazie all’imposizione dell’idea che il corpo sia una macchina da lavoro. La guerra mossa alle donne con la stagione della caccia alle streghe fu secondo lei proprio lo strumento con cui tutto ciò che era eccentrico rispetto alla famiglia nucleare con ruoli ben suddivisi (organizzazione molto utile ai fini della sistematizzazione del lavoro salariato) fu demonizzato e cancellato. Una teoria affascinante, illustrata con chiarezza cristallina, che ci permette di guardare con occhi diversi (e possibilmente critici) anche le battaglie sul corpo che stiamo vivendo nel terzo millennio. 

Marzia: Una raccolta poetica di Sylvia Plath a scelta, ma che includa necessariamente The Applicant e Lady Lazarus. In quei versi, Plath ragiona sul ruolo della donna nell’America pre-femminista: figlia, moglie, madre. Questa la sequenza e che sia bene rispettarla, e anche gradirla, e lodarla: la funzione sociale della donna è letteralmente dipendente dall’uomo che la definisce. Con un sarcasmo tagliente anche nei versi più bui, Plath mette in gioco le categorie di genere, il consumismo, lo stigma della malattia mentale e molto altro.

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