In copertina: Photo by Alan Light (Robin Williams) [CC BY 2.0 ], via Wikimedia Commons

Do you have any fears?” chiede l’intervistatore a Robin Williams e lui, con voce calma e seria, come poche volte lo abbiamo sentito, risponde che sì, ha paura soprattutto di spegnersi, di perdere quel luccichio vitale, quello che gli vedevamo sul palco e nei film. “Sparkle” lo chiama, come in un suo famosissimo spettacolo del 1977 diventato poi virale dopo la sua morte:

You’re only given a little spark of madness. And if you lose that, you’re nothing. You mustn’t lose it.

Come inside my mind” è il documentario HBO che Marina Zenovich dedica a Robin Williams l’artista, un racconto rispettoso e affettuoso e una finestra piccola, minuscola, sul privato. Non mi sono mai illusa che la psiche di un uomo così complesso potesse essere spiegata in 1 ora e mezza di girato, interviste e ricordi, ma qualcosa manca e si sente terribilmente.

Robin Williams si è suicidato l’11 agosto 2014 lasciando dietro di sé lo sgomento più sincero e tante domande. Conoscevamo la sua vita professionale fin nei minimi particolari, recitavamo a memoria le battute di Good Morning Vietnam, Mrs Doubtfire, L’attimo fuggente; lui è stato per la mia generazione una rarità, un giullare sincero, un attore incredibile. C’è una foto d’epoca molto significativa, quella che mostro sempre a tutti: Robin in una fila di majorette, in top e gonnellino, esattamente come le altre ragazze, che saluta il pubblico con i suoi guanti da cowgirl kitsch e il fazzoletto al collo che svolazza. Questo era Robin Williams in pubblico e nel suo lavoro: sfrontato, sorprendente, divertente. Anche per questo il suo suicidio è stato difficile da metabolizzare: recitava ancora, rideva, sembrava felice, ma quanto non conoscevamo dell’uomo dietro l’attore?

Più di tutto in “Come inside my mindmanca l’accenno alla salute mentale dell’attore e la parola depressione. Hanno detto che la causa del suicidio era la diagnosi del Parkinson confessata solo alla famiglia e agli amici più vicini, ma è ora di entrare in un’ottica ben precisa: la scelta del suicidio non matura in fretta, ma esiste un terreno fertile in cui si sviluppa e cresce e quel terreno si chiama depressione. In questo senso il suicidio diventa, paradossalmente, un sintomo chiaro della depressione (A questo proposito leggete “Reasons to stay alive “di Matt Haig che spiega il fenomeno nel dettaglio). Robin Williams soffriva di depressione? L’ultima moglie lo conferma in un toccante articolo su Neurology; in più aveva una diagnosi complessa e senza scampo – Demenza da corpi di Lewy, una patologia degenerativa collegata al Parkinson- e soprattutto nell’ultimo periodo soffriva di allucinazioni, attacchi di panico e perdita di memoria, sintomi indotti anche dalla sua malattia. Non era più lui, non sarebbe stato più lui.

Nulla di tutto questo entra nella narrazione del documentario. Quello che emerge in “Come inside my mind”, invece, è un ritratto parziale e accuratamente rimodellato in puro stile “agiografico” americano. Robin era una persona silenziosa al di fuori del palco o del set, aveva sperimentato la dipendenza dalla droga agli inizi della sua carriera -fino al profondo shock della morte di John Belushi- e quella dagli alcolici per moltissimi anni. In ogni intervista mostrata, Billy Crystal, la sua prima moglie, la compagna di lavoro nello storico Mork and Mindy, Pam Dawber e David Letterman, il tema ricorrente è quello del silenzio. Era “quiet and still”, “a casa si ricaricava in attesa del prossimo spettacolo”, dicono. La madre diceva di lui che essendo così solitario e introverso doveva pur intrattenersi in qualche modo, per questo era diventato un comico, un artista. E a proposito di questa tendenza all’isolamento, funestata dalle dipendenze e dai ritmi frenetici autoimposti nel lavoro, nessuno menziona la possibilità che soffrisse di qualche patologia mentale. Perché sarebbe stato importante saperlo? Non per gossip o ossessione per la sfera privata altrui, ma per normalizzare il concetto di sofferenza, di difficoltà emotiva, per testimoniare che anche ricchi, famosi e talentuosi si può soffrire e si può sperare in un sollievo con cure e terapia.

Come inside my mind” ha sicuramente il merito di raccontare, a distanza di 4 anni dalla sua scomparsa, lo spirito immortale dell’artista e quel suo essere inarrestabile negli spettacoli dal vivo (indimenticabile i suoi live al MET di New York in The night at The Met del 1986). Ma al di là del suo lavoro? Inseguiva i suoi pensieri di continuo, senza sosta, fino allo sfinimento, lo sapevano gli amici, lo vedeva il pubblico. Chilometri e chilometri di strada in bicicletta per stemperare questi pensieri, ore e ore di palcoscenico e tournée massacranti per tirarli fuori e trovare pace. Quello che non si vedeva erano le insicurezze, le dipendenze, le paure, i disturbi dell’umore. Il documentario conferma, allora, quel cliché duro a morire del comico che nella vita reale è triste e silenzioso, che combatteva con i suoi pensieri perché “triste e silenzioso”, ma sappiamo tutti che non basta, non si riduce una vita solo a questo.

Dopo l’operazione al cuore del 2009, lo ammette anche Billy Crystal nel documentario, Robin Williams aveva realizzato di essere mortale, lo avevano capito un po’ tutti intorno a lui. La mente umana reagisce a questa realizzazione in maniera differente, complessa, violenta ed è normale, ci si scontra inevitabilmente con la nostra natura mortale. “Robin non era più sé stesso”, ammettono gli intervistati quasi all’unisono, con un tono così superficiale, così focalizzato sul dolore personale che ti chiedi incredulo “chi rimane uguale a sé stesso con la condanna del Parkinson sulla testa?”. Perché indurre lo spettatore a pensare che no, non era normale per Robin, doveva essere eterno e ridanciano, con la sua parlata velocissima e le battute a raffica, cristallizzato in un eterno e svampito Mork. Perché non ammettiamo e comunichiamo, invece, che la vita cambia, le persone cambiano e che le difficoltà, le paure, i disturbi mentali incidono sul nostro modo di essere, ma non sono necessariamente vergogne incancellabili? Liberiamoci dalla paura della depressione, dal tacito accordo secondo cui se non se ne parla non esiste e se esiste bisogna nasconderla vergognandosi. 

Come inside my mind”, allora, nato come la celebrazione di un talento cristallino, pecca nell’anima, omette quel messaggio che oggi sarebbe stato ancor più prezioso: Robin Williams era un attore eccezionale, un caratterista, uno stand up comedian senza pari e, allo stesso tempo, un uomo “fragilizzato” dalla vita e tormentato. E questo, credetemi, non modifica di una virgola il suo valore. Non fate l’errore, allora, di questo documentario: non attribuite a depressione, ansia, panico o disturbo bipolare nomi vaghi e comuni come “solitario, silenzioso, arrabbiato, pazzo”. Non è semplice tristezza, non è un cattivo carattere, non è un comportamento inspiegabile. E se non è una colpa essere fragili, né scegliere di vivere la propria fragilità al di fuori delle luci del palcoscenico, come di fatto ha scelto Robin Williams, è una colpa continuare ad ignorare i dati sui suicidi e le motivazioni e il terreno in cui dilagano.

Zachary Williams è l’unico figlio che interviene nel documentario e dice una frase molto significativa. Suo padre inseguiva, come attore, il divertimento altrui e quando non raggiungeva  questo obiettivo si sentiva un fallimento, ma non come comico, un fallimento come persona. E questa estremizzazione è tipica di soggetti che combattono quotidianamente contro l’insicurezza patologica indotta dalla malattia mentale.

“È difficile da dire perché per molti aspetti lui era la persona più di successo che conoscessi e non si sentiva sempre così”.

Questo è il paradosso della malattia mentale e del dolore, questo è il punto di partenza su cui interrogarsi e confrontarsi ogni giorno, anche partendo da un documentario..

Ci manchi Robin.

 

Per approfondire

The terrorist inside my husband’s brain, l’ultima moglie, Susan Schneider Williams, racconta la malattia e gli ultimi mesi dell’attore.

Robin Williams, depression and dementia: the clinical picture