Penso che prestare un libro sia un po’ come prestare lo spazzolino da denti, vale a dire una pratica orrenda, poco igienica e inopportuna anche con le persone più care.

Il motivo è molto semplice: io i libri li stropiccio, li scarabocchio con la penna, piego volgarissime orecchie su tutti gli angoli, riporto sulla seconda di copertina il numero delle pagine sulle quali ho fatto delle sottolineature. Il libro diventa così un oggetto talmente intimo e privato che mi vergogno anche solo a mostrarlo, figuriamoci a prestarlo.

Dopo la recentissima scomparsa di Philip Roth, un paio di persone – parenti strettissimi in realtà – mi hanno chiesto in prestito un suo libro, e ho risposto di no. Lo confesso, ho detto di no persino alla donna che mi ha generata, invitandola a recarsi in libreria: non sono una figlia ingrata, ma una persona che si illude di avere un rapporto così speciale con certi testi da non volerli dividere con nessuno.

Ma chi era Philip Roth? Tralasciando gli aspetti prettamente biografici, è stato uno dei più grandi esponenti della letteratura americana contemporanea: sempre intenso e intelligente, equilibrato e spietato al tempo stesso. Nei suoi romanzi ha saputo raccontare la morale controversa e le perversioni del nostro tempo, il modo grottesco in cui certe vite si sgretolano, il lato oscuro dell’animo umano, mantenendo spesso il tema della condizione ebraica nell’America di oggi come fil rouge. Eterno candidato al Nobel (che non ottenne mai), nel 2012 abbandona la carriera di scrittore dichiarando:

 

«Alla letteratura ho dedicato la mia vita. L’ho studiata, l’ho insegnata, l’ho letta. È finita che ho escluso quasi tutto il resto. Ne ho abbastanza.»

 

Oggi l’internet pullula di consigli di lettura, classifiche e analisi postume sui suoi romanzi, naturalmente i più citati sono Lamento di Portnoy – che lo ha portato al successo – e Pastorale Americana –  che gli è valso il Pulitzer nel 1998 –  ma per me i più significativi sono quelli che ho stropicciato, spiegazzato e sottolineato di più, e che quindi non presterò neanche sotto tortura (sorry). Copie alla mano, scopro che si tratta di tre romanzi piuttosto recenti: L’animale morente (2001), L’umiliazione (2009) e La macchia umana (2000).

Sui primi due mi è capitato di leggere critiche aspre di chi sostiene che siano romanzi inutilmente volgari, che vedono come protagonisti i soliti vecchi pervertiti tanto cari a Roth. Io invece li ho amati molto, perché nella brevità di un centinaio di pagine si va al cuore dell’uomo, del suo disagio, senza fronzoli e con crudele lucidità. Le trame sono essenziali, ridotte allo scheletro, e il focus è tutto sul declino. Più articolato ma sempre incentrato sulla parabola discendente del protagonista è La macchia umana che, insieme a Pastorale americana e Ho sposato un comunista compone la cosiddetta “Trilogia Americana”.

 

Ne L’animale morente ritroviamo David Kepesh, professore di critica letteraria già apparso in altri romanzi, che perde totalmente la testa per Consuela, una giovane ragazza cubana con la quale inizia una storia di sesso che diventa subito ossessione e, forse, una strana variante dell’amore.

Nelle prime pagine il protagonista, forte del suo passato costellato di avventure erotiche senza eccessivo coinvolgimento, in una sorta di intervista\racconto in prima persona si chiede:

 

«Le donne, per gli uomini, sono davvero tanto incantevoli, una volta tolto il sesso? C’è qualcuno che trova incantevole un’altra persona di questo o quel sesso se non nutre per lei un interesse di natura sessuale?».

 

Poi però il pensiero di Consuela diventa assillante e opprimente, qualcosa che gli impedisce di fare persino le cose più semplici. Così Roth lascia al personaggio di George, caro amico del protagonista, il compito di rivelare l’imbarazzante verità, e cioè che si è innamorato:

 

«L’unica ossessione che vogliono tutti: l’amore. Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.»

 

È uno dei miei libri preferiti perché in poco più di cento pagine c’è tutto Roth, in un concentrato densissimo: l’altra faccia del prestigio sociale, le pulsioni incontrollabili, l’amore distruttivo che più si cerca di evitare e più ci mangia vivi, la rovinosa caduta di un uomo che soccombe a se stesso.

 

Stesso pugno nello stomaco è L’umiliazione (2009): qui si parla di fallimento, morte e suicidio con la stessa naturalezza con cui le persone comuni parlano della lista della spesa.

È la storia di un noto attore teatrale che ha perso la capacità di recitare e di affrontare il palcoscenico: abbandonato dalla moglie così come dal talento, Simon era «un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire», al punto da farsi ricoverare volontariamente in una clinica psichiatrica per curare le proprie tendenze suicide. Una volta uscito, cerca di sfuggire alla propria autodistruzione iniziando una storia con una giovane lesbica, credendo di averla trasformata: ed è così, nell’illusione di tornare a galla, che scivola sempre più a fondo.

A parte qualche vaghissimo momento di lucidità nel quale pensa (nota bene, pensa e basta) di troncare prima che sia lei a farlo, Simon piomba ogni giorno nel suo personalissimo inferno, girone dopo girone. E tu, che da lettore hai già capito tutto, vorresti dirgli la verità, e cioè che il sesso non ti salva, neanche il sesso a tre, e probabilmente neanche l’amore.

 

«Ma alla fine verrà un giorno in cui le circostanze la metteranno in una posizione molto più forte rispetto all’idea della fine, mentre io sarò arrivato a trovarmi in una posizione più debole per il semplice fatto di essere stato troppo indeciso per troncare adesso. E quando lei sarà forte e io debole, il colpo che verrà inferto sarà insopportabile»

 

Un libro che ti mette fortemente a disagio perché l’umiliazione è sempre imbarazzante (anche quella degli altri), che ti fa sentire migliore del protagonista perché la sua vita era già un disastro a pagina uno ma che non ti dà la certezza di essere al sicuro.

 

Le streghe del perbenismo si scatenano sul professor Coleman Silk in La macchia umana, romanzo che ruota attorno alle vicende di un docente di lettere classiche accusato di razzismo verso alcuni studenti di colore, e che da sempre nasconde un segreto. In questo caso la parabola del declino del protagonista non è voluta, ma imposta da una società in cui il bieco moralismo ha sempre la meglio. Non importa se Coleman sia realmente razzista o meno, né perché intrattenga una relazione scabrosa con Faunia, una donna più giovane dal passato burrascoso: non importa perché il danno è fatto, ormai «tutti sanno».

 

«Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Non puoi sapere nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente. Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.»

 

La verità è irrilevante e non interessa a nessuno, eppure la colpa di Coleman (la sua macchia, appunto) sta proprio nell’averla nascosta e ignorata. Tutti noi abbiamo una macchia, grande o piccola che sia: ciò che fa la differenza è come la affrontiamo, come ci conviviamo, al di là del giudizio degli altri. Insomma, ciò che fa la differenza è quanto siamo capaci di essere davvero liberi, nonostante la verità.

E a proposito di verità, nel 2012 Philip Roth stesso chiese a Wikipedia di fare una modifica alla voce de La macchia umana perché conteneva un errore, e l’enciclopedia più famosa del web gli rispose che la sua parola non era sufficiente e avevano bisogno di altre fonti per verificare.

 

Insomma, pare proprio che la verità sia sopravvalutata!