Certe volte, prima di dormire, sto sdraiata nel letto ma non ho voglia né di dormire, né di leggere, né di guardare un qualche episodio. Di niente. Ho voglia di parlare di me, con me. E allora inizio sottovoce – ma nemmeno tanto – una sorta di dialogo con me stessa. Certe volte quello che viene fuori è un fiume in piena che non ha bisogno di domande, di intermediari. Come se fossi da uno di quei terapeuti che ti guardano e basta, stanno zitti, e che al massimo ti interrompono per chiederti «E secondo lei questo che cosa vuol dire?» lasciando aperte le strade alle tue, di interpretazioni. Grazie mille, verrebbe da dirgli. Altre volte invece so che devo andare davvero a fondo, perché è lì che si nascondono delle cose che fatico anche solo a pronunciare a voce alta. In realtà non serve dirle a nessun altro, basta mettere una parola dietro l’altra. Basta essere sinceri con se stessi. Ma siccome non è sempre facile, allora serve essere anche un po’ stronzi. Serve farsi la domanda cattiva, quella che ti farebbe qualcuno che ha capito un po’ che quella cosa nel fondo c’è, dà fastidio, te ne vergogni, o semplicemente deve essere messa sul piatto, reificata. Poi, una volta affrontato lo sguardo impietoso della domanda stronza, le cose cambiano. Non sempre, sia chiaro, magari bastasse così poco. Però dire ad esempio «Non sto facendo questa tal cosa perché sono pigra e non perché qualcun altro non me la fa fare» dà la possibilità di andare oltre. E se non la si fa quantomeno non ci sono più alibi. Lo sai che è colpa tua, lo hai ammesso sottovoce sdraiata nel letto.

Certe volte, prima di dormire, mi capita di trovare una netta definizione alle cose o di trovare dei paragoni estremamente azzeccati, limpidi, che riescono perfettamente a descrivere quella cosa lì che per chissà quanto era stata nebulosa e confusa. Una volta mi sono messa una nota sul telefono perché avevo capito che cos’era quella relazione strana tra un amico e la sua donna. Appena l’ho incontrato glielo ho raccontato. Gli ho parlato dei pezzi di puzzle e di come certe volte gli incastri ci sembrino perfetti, di come ci incaponiamo a volerli attaccare ma poi finisce che stanno storti e il rischio è che a insistere troppo non si attacchino più con nessuno, nemmeno con quello giusto.

L’altra sera, prima di dormire, ho capito che sto vivendo un momento strano, dove tutto è presente. Sono come uno di quelle macchine che fanno i suoni elettronici con tanti pulsanti che si illuminano se sono attivi. Il fatto è che sono praticamente tutti attivi. È un momento strano, complicato, stressante. Ma è anche un momento nuovo, sorprendente e di scoperta, in primis di me stessa. Ci sono un sacco di cose che non sapevo di me, ci sono un sacco di cose che forse erano diverse, poco tempo fa. È un momento bello.
L’altra sera tutto era cominciato con la domanda «Perché in questo momento racconto così tanto di me, anche a persone che conosco poco, quando sono sempre stata così riservata tanto a volte da essere fraintesa?». Mi sono risposta che è perché sto scoprendo un sacco di cose di me e se ne parlo è come se raccontassi di quella cosa che ho visto per strada e, davvero, non ci crederete perché non ci credevo nemmeno io quando la ho vista. Ecco, lo ho fatto di nuovo, lo ho fatto anche qui.

La Cassettina di ottobre mi sa è tutto questo. Premete play.

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La copertina della Cassettina di ottobre 2018 è di Elsa Campini.