Ho già dichiarato pubblicamente il mio amore incondizionato per Agnès Varda.
Ho anche scritto del suo ultimo film documentario indipendente e crowdfounded, Visages Villages (2017), girato insieme allo street-artist JR interamente on the road, attraverso le zone rurali di Francia, i piccoli paesi ormai dimenticati e le campagne abbandonate.

 

Nonostante il suo spirito sia più giovane che mai e sembri sempre una ragazzina curiosa, vivace e di buonumore – porta ancora con disinvoltura il suo taglio inconfondibile: un coupe carré court sbarazzino e irriverente, da qualche tempo bicolor (cenere&vinaccia) – pochi giorni fa, il 30 maggio, ha compiuto i suoi primi 90 anni senza paura, in diffusa allegrezza: per celebrare questo traguardo, ecco un piccolo ritratto en hommage alla sua figura di artista e di donna, al suo essere gentile e profondamente radicale, ad un tempo.

credits: Laura Atie, Fondazione Prada.

Chi ama il cinema francese d’avant-garde, la fotografia e le arti visive conosce già bene Agnès Varda. Arlette, questo era il suo nome prima che, diciottenne, decidesse di cambiarlo, nasce in Belgio nel 1928, da padre di origini elleniche e madre francese; durante la guerra si traferisce con i genitori a Parigi, dove poi resterà per studiare fotografia all’École des beaux-arts e storia dell’arte all’École du Louvre.

La sua prima esposizione personale? Nel cortile fiorito di casa, naturalmente: era il 1954, anno in cui gira anche il suo primo lungometraggio, La pointe courte, un docu-fiction low-cost montato da un allora semi-sconosciuto Alain Resnais. Insieme a lui e a Chris Marker, con il quale condivideva anche una malcelata passion féline, prende posto in un’ideale seconda linea, scartando d’un passo i registi della Nouvelle Vague Claude Chabrol, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer e Jacques Rivette – tutti riuniti, negli anni Sessanta, intorno alla figura del critico e teorico del cinema André Bazin.

Secondo Jean-Michel Frodon, La pointe è il punto di svolta: da quel momento – tre anni prima che si formasse la combriccola di soli uomini di cui s’è detto poche righe sopra – il cinema francese non è più stato lo stesso. Per questo motivo, a soli 26 anni, era già considerata la grand-mère di questa vague rivoluzionaria. Agnès rifugge però ogni etichetta, e credo prenderebbe le distanze anche da un’altra, forse a lei più affine, per stile e contenuto, la Cinécriture: c’est è dire, quando «la macchina da presa si fa strumento di scrittura e traccia una cartografia sentimentale […] perché tutto, con Agnès prende una piega intima e sentimentale». Paradossalmente, anche il documentario, la forma filmica più vicina al reale-oggettivo, diviene memoir, autobiografia interiore. Tra tutti questi uomini di cinema, nella vita di Agnès ce n’era uno speciale, il più riservato, l’indimenticabile Jacques Demy, regista di Lola (1961), Les parapluies de Cherbourg (1964) e Les demoiselles de Rochefort (1967), il suo (e nostro) amatissimo Jacquot de Nantes (sospiro). In ogni sua opera, che sia realizzata per il cinema o pensata per diversi spazi e progetti espositivi, arte e realtà diventano permeabili, si intrecciano in un unicum flusso ricco di voci, toni, temperamenti, e soprattutto memorie, come se ricamasse in questo modo la propria cifra, con un’incoscienza sincera e nonchalante che la rende davvero unica. La creazione filmica è per lei come «fare un gioco con la realtà, un gioco chiamato cinema».

Con la delicatezza che la contraddistingue può affrontare qualsiasi tema, come l’odissea interiore di Cléo de 5 à 7, un «film minimal dans un temps continu» del 1961, dramma intimo di Cléo, interpretata da Corinne Marchand – una giovane e bellissima cantante, angosciata dalla paura di avere una malattia incurabile – che si svolge più o meno secondo unità di tempo (novanta minuti, la durata del film) e unità di luogo, lungo un percorso che si snoda nel cuore pulsante di Parigi, da Rue de Rivoli a Montparnasse, attraversando le Parc Montsouris e i giardini dell’ospedale Pitié-Salpêtrière.
La sua inarrestabile immaginazione ci ha regalato film davvero geniali come Les cent et une nuits de Simon Cinéma (1995) con Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve, Anouk Aimée e persino un cammeo di Robert De Niro: si tratta di un tributo al cinema per il suo
centenario. Negli anni che intercorrono tra questi due film, le questioni sociali e politiche emergono costantemente nei suoi documentari e cortometraggi, un corpus che dà conto di tutti i più grandi momenti e movimenti del Novecento.

Con Le Bonheur (1965) supera il tema della fedeltà coniugale e della gelosia amorosa, interrogandosi sulla possibilità del poliamore. Nel 1985 il tema indagato si fa più propriamente sociale, Sans toit, ni lois è la storia in flashback di una giovane senzatetto trovata morta di fame e freddo: il racconto intreccia i suoi incontri bizzarri (tra cui un pastore-filosofo e un vendemmiatore nordafricano) e illumina un’indicibile e definitiva solitudine. Dopo tre anni gira Kung-fu Master e segue senza pregiudizi il tormento di una quarantenne, Charlotte Gainsbourg, infatuata di un compagno di scuola del figlio adolescente. Agnès è una donna del suo tempo, di ogni tempo, coraggiosa: tutti i temi che indaga sono molto attuali, ieri come oggi. Senza dubbio, lo saranno anche domani e dopo ancora e sempre.
Il suo sguardo è sempre plurale, il suo sguardo è nella memoria, come nella benedizione dell’incontro che crea legami. Il suo desiderio, invece, è creare sempre qualcosa di nuovo e originale; in questo modo, passato e presente si proiettano nel futuro. Agnès ama stare dentro le cose, perché «stare  ai margini induce e autorizza una persona a evitare il problema» nello specifico, quello della discriminazione, e ricorda, in un’intervista, le parole del suo grande amico–traditore Jean-Luc Godard, «il margine è ciò che tiene insieme le pagine di un quaderno».

Si pensi a Black Panther, documentario indipendente in 16mm: Agnès si fa testimone, empatica e discreta, di una dimostrazione di protesta contro l’arresto del co-fondatore della storica organizzazione rivoluzionaria afroamericana, Huey P. Newton, nell’estate del 1968 a Oakland, in California. E ancora, al commovente Les glaneurs et la glaneuse, documentario del 2000 sulla condizione delle persone indigenti non solo nelle aree periferiche, ma anche decisamente urbane, costrette a vivere praticando quotidianamente ‘l’arte di arrangiarsi’, recuperando i rifiuti altrui; Agnès intervista persino chi ne ha fatto una scelta/filosofia di vita.
  Da sempre, inoltre, si dichiara «assolutamente femminista», benché non abbia mai voluto essere considerata ‘la cinéaste représentante‘ di questo movimento – niente etichette, dicevamo. Senza dubbio ha partecipato attivamente a innumerevoli incontri e manifestazioni per rivendicare i diritti delle donne, ben prima di #strongertogheter, #timesup e #metoo: all’ultimo Festival de Cannes, ha sfilato sul red carpet in prima fila accanto a Cate Blanchett, alla guida di un corteo tutto al femminile, in protesta per la parità di genere (in 71 anni, solo 82 film in concorso sono stati diretti da donne e 1645 da uomini) appena prima della proiezione di Les filles du soleil di Eva Husson, un film sul senso della lotta e sulle combattenti curde. Nonostante questo, il femminismo di Agnès è decisamente più sottile, elegante, profondo e sedimentato; è il suo modo di stare nel mondo, di operare nel fare artistico.
A Réponse de femme: notre corp, notre sex, un ciné-tract del 1975 per la TV, dove alcune donne, tra cui la stessa Agnès voiceoff, sono chiamate a rispondere a questa e altre domande: Qu’est-ce qu’etre femme? Segue, quarant’anni dopo, il cortometraggio Les 3 boutons, il decimo di Women’s tales, serie di 15 brevi storie al femminile commissionate da Miu Miu (maison Prada). È una piccola fiaba moderna che ci conduce nel segno della giovane protagonista che riceve inaspettatamente in dono un abito magico in cui, letteralmente, si avventura…

Lo scorso novembre le è stato consegnato un premio prestigioso, l’Oscar alla carriera: sembra incredibile, ma per la prima volta nella storia dell’Academy è una donna – senza l’aiuto di fondi, finanziamenti o di grandi ‘numeri da botteghino’ tipicamente hollywoodiani – a ricevere anche questo riconoscimento. Uno dei tanti, ché non si contano più. Scherzando, ricorda il suo zoo decisamente affollato: all’ombra della Palme d’Or ci sono un Leopard of Honor, un Silver Bear e un Leone d’Oro.

Agnès continua a fare la storia eppure è già un classico, in senso gadameriano: «presente fuori dal tempo, contemporaneo ad ogni presente».

Joyeux anniversaire Agnès, et mille de ces jours encore!

Bonus track: una selezione di Agnès tra i film della Criterion Collection… la seguite già su instagram?@agnesvardaofficiel


L’autrice del testo e delle foto live è Laura Atie. Vive a Milano, ma torna sempre a Parigi.
Involontaria punctuation lover. Collabora con Doppiozero. È alta, ma i tacchi li mette lo stesso. E soprattutto, non troppo genio.

 

In copertina: By Festival Internacional de Cine en Guadalajara [CC BY 2.0 ], via Wikimedia Commons