Si dice che gli uomini vengano da Marte e le donne da Venere, eppure la narrativa recente sembra raccontare una storia diversa. Pare proprio che, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, qualche marziano coraggioso si sia concesso una gita fuori porta un paio di pianeti più in là, e abbia soggiornato abbastanza a lungo su Venere per comprenderne alcune dinamiche chiave.

Non si tratta di una sensazionale scoperta scientifica, ma di una valutazione personale nata dalla lettura di romanzi a firma maschile che mi hanno sorpresa per la rappresentazione di donne complesse, verosimili e avvolte in dubbi più profondi del semplice strazio amoroso.

Penso innanzitutto a Eve Frame, moglie dell’attivista Iron Rinn in Ho sposato un comunista di Philip Roth (1998). Si tratta di un personaggio potenzialmente semplicissimo: una ricca e frivola ex diva del cinema muto «il cui sentimento più profondo è il senso della propria incapacità» e che per questa debolezza non riesce a ribellarsi agli atti di bullismo della figlia Sylphid.

«Sylphid mi vuole bene. Mi ama. Sono la sua mammina»

dice Eve tra le lacrime al marito dopo l’ennesima violenza, eppure è tra le pieghe di una donna apparentemente fragile e indifesa che si nasconde il personaggio secondo me più sconvolgente del romanzo: Eve sa benissimo che Sylphid la disprezza e lei la disprezza di rimando, ma sa anche di essere obbligata ad amarla con altrettanta intensità in quanto sangue del suo sangue. È proprio in questo vincolo genetico che Eve trova la forza di interpretare il ruolo più importante di tutta la sua carriera, quello di madre che ama la figlia no matter what, che sceglie lucidamente di abdicare alla propria vita e accetta di passare per la donna debole che non è. Ma si tratta, appunto, solo di una messinscena per mascherare un odio autentico e profondo: come a dire che l’amore materno non è un sentimento automatico.

Quando fu pubblicato, Lolita di Vladimir Nabokov (1955) turbò fortemente l’opinione pubblica: Humbert Humbert, un uomo maturo e socialmente rispettato, perde la testa – e la dignità – per una poco più che bambina, trascinandola in un turbine di depravazione dal quale lei non può difendersi.

Già, perché come si può anche solo immaginare che una dodicenne padroneggi la materia con tanta disinvoltura? Quello che sconvolge di Lolita – «La punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.» – è che si tratta di un personaggio credibile e inaccettabile allo stesso tempo, in equilibrio su un filo teso tra l’universo dell’infanzia e quello dell’età adulta. Una «ninfetta» che oscilla a proprio piacere da una parte all’altra a seconda di ciò che conviene, con l’arroganza dei grandi e la leggerezza dei bambini, al punto da provocare nel lettore l’orribile tentazione di giustificare Humbert, perché, si, lui sarà anche un maniaco, però lei

Un pensiero che fa ancora più effetto oggi, in un mondo in cui prima di condannare una violenza ci si chiede se, dall’altra parte, ci sia stata una qualche forma di provocazione.

Altrettanto attuale è il personaggio di Patty in Libertà di Jonathan Franzen (2010), romanzo che si snoda attorno alle vicende di una tipica famiglia della middle class americana, tra amori a corrente alternata e maldestri tentativi di rimediare ai propri sbagli.

Patty è colta, ha un marito che la ama profondamente, vive in una bella casa ma soprattutto è una donna libera di essere e fare ciò che vuole… eppure è infelice. Nell’autobiografia che l’analista le consiglia di scrivere, Patty, riferendosi a se stessa in terza persona, sostiene che «tante possibilità di scelta e tanta libertà sembravano solo renderla più infelice» e che «si compativa proprio perché era libera». Insomma uno di quei personaggi che ti fa saltare i nervi e ti fa venire voglia di alzare il telefono per dirle “cara Patty, lo vuoi un problema vero?”, perché vedere un privilegio del genere – la libertà, appunto – nelle mani di chi non sa cosa farne è un autentico spreco.

Una donna che all’amore ha preferito la sicurezza dell’uomo giusto, che ha gettato alle ortiche le proprie capacità per il gusto di contrariare la famiglia d’origine, che ha barattato l’individualità con ruoli da spalla, diventando di fatto la moglie di, la madre di.

Quante ne conosciamo di donne sveglie, intelligenti e talentuose che potrebbero avere tutto dalla vita ma non sanno cosa chiederle? Patty è un prodotto dei giorni nostri, della paura di non essere mai abbastanza e di non trovare il proprio posto nel mondo.

Perché mi stupisce che queste donne siano nate da penne impugnate da uomini?

Forse perché tra le pagine si intravede un genuino sforzo di immedesimazione e di approfondimento, senza ricorrere a preconcetti o cliché ma anzi con l’intento di restituire personaggi autentici.

Eve, Lolita e Patty sono tre donne reali, intricate e verosimili proprio come i maschi che le circondano.

E se la narrativa fosse più equa della vita reale? Forse l’uguaglianza che tanto auspichiamo – e che, in un mondo normale, non sarebbe né argomento di conversazione né di battaglie – potrebbe ripartire proprio da qui. O forse tra cent’anni scopriremo che Nabokov, Roth e Franzen, nella stesura di questi personaggi, si sono fatti dare qualche dritta dalle donne della loro vita.