Qualche tempo fa un amico che lavora in una piccola casa editrice mi raccontava che la maggior parte dei manoscritti che riceve sono autobiografie: nonostante alcune di queste siano relativamente avvincenti e ben scritte, la maggior parte risulta di una noia mortale.

Cosa spinge una persona a credere che la propria vita sia così speciale da meritare di essere condivisa con il resto del mondo? Ecco perché non sono una grande fan delle autobiografie: ho l’impressione che rispondano più ad una necessità personale dell’autore di fissare su carta certi fatti, come una sorta di promemoria, invece di comunicare qualcosa a chi la leggerà.
Poi mi è capitata tra le mani l’autobiografia di Marina Abramović, artista e performer di fama mondiale in mostra dal 21 settembre a Palazzo Strozzi con The Cleaner, una retrospettiva che raccoglie alcune delle sue esibizioni più rappresentative.

Recentemente ha fatto scalpore il manifesto che ha realizzato per la Regata Barcolana, nel quale la si vede sventolare una bandiera con scritto “we’re all in the same boat”: un messaggio che da alcuni è stato interpretato come una critica (neanche troppo velata) alle recenti vicende politiche. Tralasciando il controsenso di affidare un lavoro ad un artista per poi togliergli la libertà espressiva, il semplice fatto di averla scelta testimonia che Marina Abramović è ancora, a 71 anni, una delle interpreti più sensibili del panorama artistico contemporaneo. 

Attraversare i muri (Bompiani) è una raccolta densissima di pensieri, fotografie e ricordi che ho letteralmente divorato, stregata dal fascino di una vita così speciale e fuori dal comune. Un racconto schietto, dove Marina Abramović si dona senza parsimonia, anzi, quasi invitando il lettore a banchettare sui resti di una vita andata in frantumi decine di volte, ma ricostruita altrettante.

Pensi di aver avuto un’infanzia difficile, soffocata da genitori inflessibili? Lei di più.
La tua vita sentimentale è talmente contorta che potresti scrivere un manuale sulle relazioni disfunzionali? La sua di più.
Lavori molto su te stessa, esplorando senza paura il tuo lato più mistico e spirituale? Lei di più.

Insomma, un libro per stomaci forti e personalità senza problemi di autostima: non è facile reggere il confronto con una donna che, spingendo il corpo oltre i limiti del dolore, della fatica e della paura, non ha fatto dell’arte la propria vita ma della propria vita un’arte.

La performance come libertà assoluta

Nata nel 1946 a Belgrado, figlia di eroi di guerra sotto il regime di Tito che l’hanno cresciuta a pane e disciplina, da subito sente il bisogno di esprimersi in campo artistico: inizia con la pittura, ma presto si libera della costrizione della tela ed intraprende un percorso che la porterà ad essere la performance artist più famosa dell’universo.

Il 1973 è l’anno della svolta con Rhythm 10, una performance basata su un gioco da osteria: impugnando un coltello colpiva velocemente gli spazi tra le dita dell’altra mano che teneva appoggiata su un foglio bianco, e ogni volta che si feriva cambiava coltello.

“Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta: avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini; che il dolore non aveva importanza, nulla ne aveva. (…) fu in quel momento che seppi di aver trovato il mio medium. Nessun dipinto, nessun oggetto che potessi creare mi avrebbe potuto dare quella sensazione; e sapevo che sarei tornata a cercarla, non una ma mille volte.”

L’anno successivo a Napoli sconvolge tutti con Rhythm 0, mettendo il proprio corpo a disposizione del pubblico e fornendo diversi oggetti da usare su di lei a piacimento, tra i quali anche una pistola carica. Mentre all’inizio della performance le persone si limitano a compiere gesti semplici come porgerle una rosa o farle indossare un cappello, con il passare delle ore l’atmosfera cambia: un tizio le procura un taglio sul collo, un altro le conficca uno spillo nella carne (ed è una donna ad asciugarle le lacrime), un altro ancora le punta la pistola alla tempia. E lei rimane lì, immobile come una marionetta per sei ore consecutive, senza la minima volontà di opporsi a questa violenza gratuita e, soprattutto, senza sentire alcun dolore. Com’è possibile avere un tale controllo sulla propria mente, riuscire a dominarla, annullandosi eppure rimanendo presenti?

“C’è una parte rilevante di me che è eccitata dall’ignoto, dall’idea di correre rischi. E quando si tratta di fare cose rischiose, non mi tiro indietro. Mi butto a capofitto. Il che non significa che ignori la paura. Al contrario. L’idea di morire mi terrorizza. (…) Ma quando si tratta del mio lavoro, getto alle ortiche ogni cautela.”

Photo Credits by: Alessandra Menozzi

I problemi ordinari di una vita straordinaria

Poi l’incontro con Ulay, performer di origine tedesca con il quale inizia una relazione tanto travolgente quanto devastante. Insieme girano il mondo a bordo di un furgone, realizzano performance di grande intensità, vivono per mesi con una tribù aborigena australiana, fino a quando la tensione tra i due diventa insopportabile: dopo aver percorso la Muraglia Cinese partendo dai due lati opposti per incontrarsi a metà strada, invece di sposarsi – come avevano previsto in origine – si dicono addio per sempre.

“La cosa più triste era che fallissimo per il più stupido e banale dei motivi – la vita domestica. Per me la vita privata era parte del lavoro. Per me il senso della nostra collaborazione era sempre stato sacrificare tutto per una causa e un’idea più grandi. Ma alla fine fallimmo per le piccole cose…”

A quanto pare anche le personalità eccezionali vivono gli stessi problemi dei comuni mortali.

Ho fatto fatica a trovare online un articolo su Marina Abramović che non menzionasse Ulay, la loro relazione e la sua “comparsata” durante The Artist is Present, la performance del 2010 al MOMA di New York durante la quale lei si è commossa quando lo ha visto arrivare e sedersi di fronte a lei.

È vero, è stato un momento decisamente toccante, e guardando questa scena nel documentario prodotto da HBO non nego di aver pianto come una fontana, ma la mia impressione è che le sue lacrime non volessero soltanto dire sei stato il grande amore della mia vita, ma anche io sono arte indipendentemente da te.

Photo Credits by: Alessandra Menozzi

In realtà nell’autobiografia lo spazio dedicato alla loro relazione, pur essendo significativo, è inserito in un contesto di esperienze ben più rilevanti che riguardano esclusivamente lei e il viaggio individuale verso l’essenza della propria dimensione artistica: un percorso iniziato prima di Ulay e proseguito anche dopo la fine della loro storia.

Insomma, si tratta di una donna che non ha solo fatto la storia della performance art, ma che ha anche saputo mettere se stessa e le proprie ambizioni sempre al primo posto.

“Il mio lavoro e la mia vita sono intimamente connessi. (…) cerco sempre di dimostrare a tutti che posso farcela da sola, che posso uscirne intera, che non ho bisogno di nessuno. E anche questa è una maledizione, in un certo senso, perché sono sempre occupata a fare cose – a volte troppe – e perché spesso sono stata lasciata sola (come in un certo senso desideravo) e senza amore.”

Ed è proprio questo a renderla speciale.
Nei ringraziamenti del libro c’è una frase che, credo, potrebbe rispondere alla domanda Marina, cos’è per te una cosa bella? “Non esistono ostacoli insuperabili se si ha la forza di volontà e se si ama ciò che si fa.”

 

Info sulla mostra

THE CLEANER

21 settembre 2018 – 20 gennaio 2019 a Palazzo Strozzi, Firenze

info@palazzostrozzi.org

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