Cristiano Denanni prova a rispondere a queste domande con il suo romanzo d’esordio, L’atlante dei destini , Autori Riuniti. Una storia insolita sulla quale l’autore ricama e inventa scenari sempre nuovi pur rimanendo ancorato ad una realtà concreta, per quanto sognante. E questa realtà, lo scopre gradualmente il lettore, è fatta di personaggi lontanissimi, in lotta con la loro quotidianità che si rivelano straordinari nella narrazione, ognuno a modo proprio. Per ciascuno di essi Denanni costruisce una storia fatta di amori brevi e intensi, struggenti mancanze, tradimenti, avventure nel mondo, speranze disattese, lavori quotidiani, sfide e paure moderne. E a orchestrare il tutto la figura di Stefano Istè Solinas, fotografo e professore di Antropologia Sociale all’Università di Torino, viaggiatore, che muore in circostanze mai chiarite, ma che lascia in eredità fogli, appunti, foto e memorie per un progetto che vede la luce solo dopo molti anni.

[…] un atlante geografico composto dai racconti personali di individui diversi e lontani tra loro, la storia arbitraria del loro vissuto “unico e irripetibile” che aveva avuto luogo in un punto preciso del globo, ma che per lui era la dimostrazione di una comunanza profonda in grado di testimoniare la centralità e l’universalità di alcuni temi.

Ogni capitolo, allora, è un racconto di un personaggio diverso, che ha conosciuto Solinas nei suoi viaggi, alternato a frammenti di diario di Solinas stesso, più criptici e oscuri.

Mi sono chiesta più volte se questa meta-narrazione non fosse in realtà verissima. Chi mi dice che in qualche parte del mondo o in una Torino brillante come l’aria dopo la pioggia, che “batte, ribatte e rumoreggia”, non ci sia davvero un professor Solinas che raccoglie le storie del mondo. Perché che sia a Torino o nel paesino di Esmeraldas, a Lisbona, a L’Avana o in Turchia, quello che ci accomuna è l’umanità e tutto ciò che essa comporta nelle nostre piccole e preziose vite.

L’atlante dei destini tracciato da Denanni crea nel lettore quella consapevolezza meno egoistica – di cui avremmo disperatamente bisogno in tempi come questi – che le storie di ciascuno di noi hanno un territorio comune in qualunque angolo del globo ci si trovi, e quando si incontrano e si toccano trovano il loro compimento. L’essenza di questo romanzo è allora la comunicazione, quel raccontarsi che sembra univoco, solo un favore all’amico Stefano scritto dai singoli personaggi, ma che invece è un romanzo collettivo necessario, un frammento di umanità di valore inestimabile che altrimenti perderemmo per sempre. Sono storie da accogliere, sono confessioni a mezza voce, sono ricordi tangibili, sono vite.

“Questo è il mondo che sono” dice Isabel di Quito, Ecuador, nel suo racconto “questo è l’effetto che faccio se penso di osservarmi dall’alto”.

Che cosa diremmo di noi stesi se almeno una volta ci osservassimo dall’alto? La vita è solo quella fatta di avventure e viaggi alla Solinas o trova compimento anche nelle quotidianità più ripetitive e pesanti? La risposta, sorprendentemente, esiste ed è nelle righe di queste storie. È nella più che dignitosa rinuncia al coraggio di Matias di Lisbona, è nelle poesie caraibiche che Alejandro legge ossessivamente nel suo taxi, è nella vita da prostituta di Therese a Marsiglia.

Quanto è varia l’umanità che ci brulica intorno e quanto siamo distratti dal nostro cono d’ombra d’egoismo. E come sarebbe bello, invece, se cogliessimo l’invito di questo libro a cambiare la nostra prospettiva fino a sentirci disorientati, travolti da questo atlante dei destini che è la storia.

 


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