Mi portava a vedere i conigli appena nati, quando sono tutti nudi e rosa, e mi regalava gatti e galline e anche un cane. Arrivava in campagna con una macchina scassata sulla strada sterrata, sollevava un mucchio di polvere e diceva: guarda che cos’ho, ficcandomi fra le braccia una scatola con i buchi. Io urlavo: che cos’è?, e lui: “Una cosa viva”. Così, anche quando regalava per sbaglio una catenina d’oro o un braccialetto su cui aveva fatto incidere il mio nome, lo avvolgeva in carta da giornale e diceva: “È una cosa viva”. Ma io volevo solo le cose vive davvero, e nessuno mi ha mai più fatto regali così belli, pulcini così gialli, cose così vive, molti pioppi, e anche l’albero preferito, il salice piangente.

Qui Annalena Benini racconta dei suoi nonni, in uno degli articoli bellissimi che pubblica su Il Foglio (ma che si possono trovare anche su IL, Minima Moralia, Rivista Studio). Parla così delle cose vive, le cose più vive che avesse mai visto, mai toccato, mai sentito. Perché in fondo il nocciolo della questione è tutto lì, nelle cose vive. E Annalena Benini è bravissima a raccontarle, a dirle, a scriverle. Leggerla è come prendere uno specchio, eliminare i filtri, le finzioni, e trovarci tutto. Saper raccontare la vita, le canzoni per caso in radio che ci fanno fare mille sogni e cantare in macchina, i temi delicati e profondi, gli inciampi, il dolore, le risate, l’amore, le coppie, le case dentro e fuori, le famiglie, gli altri, noi, i difetti, la felicità e tutte le cose che ci tengono insieme.

Annalena Benini ha (finalmente) scritto “La scrittura o la vita”, edito da Rizzoli, dove ha raccolto le interviste a quegli scrittori che sanno dare qualcosa, di sé, dentro le pagine. Autori con una voce, come ci racconta in questa intervista, che hanno la «capacità di raccontare e di trovare le parole». E che hanno il fuoco dentro, la passione, la vocazione di scrivere. Ovviamente restando aperta all’idea di trovarne – e ascoltarne – altri, perché come ci ha raccontato, spera di essere in movimento, con molto da dire, fare, condividere. E scrivere.

Com’è nata l’idea di un libro sulla scrittura?
Mi interessano molto le parole sulla scrittura, i saggi, i diari e gli epistolari in cui gli scrittori raccontano i tormenti, i trionfi e la disciplina di scrivere, ho sempre letto, sottolineato e preso appunti sopra le interviste della Paris Review, mi interessa il lavoro dello scrittore, il suo metodo, ma questa idea è nata soprattutto perché mi sono accorta che negli scrittori che intervistavo cercavo sempre la storia della loro vocazione.

Nell’articolo in apertura di questa intervista sembri già parlare di cosa cerchi nella scrittura, nei libri, negli altri. E come racconti di te. Come nasce l’idea di scrivere di vita quotidiana, legami, famiglia e figli? Di raccontare le vite degli altri per raccontare anche di sé?
Ecco, questa non è stata un’idea, ma il modo che ho sentito sempre più congeniale per affrontare il giornalismo: negli anni è diventato il mio modo di scrivere sui giornali. Partire da me, raccontare di me, per raccontare il mondo. E al tempo stesso raccontare gli altri, il mondo appunto, mettendo sempre in mezzo me, le mie impressioni, la mia vita. Costruire sempre, o quasi sempre, un racconto. Anche queste interviste, mi sembra, sono racconti. La vita quotidiana, i figli e i legami, mi sembrano il nucleo più vivo da cui partire, il posto da cui passiamo tutti, come genitori o come figli. Mi interessano molto le madri, le infanzie, quello che fanno le infanzie alla vita adulta, ma soprattutto questo mondo dei figli che crescono è un mondo che vive e cresce insieme a me che ne scrivo.

Attraverso gli incontri e le interviste racconti di aver capito che negli scrittori, e nelle persone, cerchi sempre una specie di follia, «spesso molto bene addomesticata, a volte invisibile perché ricoperta di strati di ragionevolezza, un nucleo di passione che non può essere scalfito da niente». Cosa hai trovato in questi autori – e nella scrittura – che già non conoscevi? Come li hai scelti e come mai hai deciso di “darli”?
Credo di avere scelto i dieci che mi piacciono di più, semplicemente. Ma volevo anche che fossero scrittori solidi, con una storia alle spalle, ma piantati nel presente. Potrei continuare, sceglierne altri, puntare sul futuro, e anche decidere di raccontare il passato. Mi interessa che uno scrittore abbia una voce unica, soltanto sua, e che abbia fatto qualcosa di nuovo, di diverso. I miei dieci scrittori sono diversissimi tra loro, ma tutti hanno spostato in avanti la letteratura italiana. E hanno in comune questa idea seria, che mi entusiasma, del lavoro, della disciplina e della grandezza di scrivere.

Che cosa fa di uno scrittore uno scrittore, Annalena?
La voce, appunto. La capacità di raccontare e di trovare le parole. Alessandro Piperno mi ha detto che se dovesse dare un consiglio a un aspirante scrittore gli direbbe: trova un contegno. Trova una voce, insomma, un modo, un atteggiamento soltanto tuo. E formalo, costruiscilo, miglioralo con la disciplina, con la dedizione che solo una vera vocazione può darti.

Quanto contano le vendite (ovviamente per chi scrive e pubblica) nel rendere lieve e benefico l’atto dello scrivere?
Le vendite aiutano moltissimo, ovviamente, ma credo che aiuti moltissimo anche l’attenzione. Se uno scrittore riceve attenzione per quello che scrive, se viene incoraggiato e riconosciuto. Come ha detto Kazuo Ishiguro, Nobel per la Letteratura nel 2017, il lavoro di uno scrittore non è altro che la storia di “una persona che dice a un’altra: questo è ciò che sento io. Riesci a capire quello che dico? È lo stesso anche per te?”. E anche se non è lo stesso, riesci a sentire questa cosa nuova che ti sto raccontando e non hai mai provato, però ti dà un brivido?

Negli scrittori, nelle loro vite, ma credo in tutte le persone, io cerco sempre quella cosa: il fuoco, questa specie di follia che a volte è molto bene addomesticata, a volte quasi invisibile. […] Mi entusiasma scoprire che esiste sempre un nucleo di passione che non può essere scalfito da niente.

È vero che per scrivere serve essere un po’ egocentrici?
Credo di sì, ma egocentrici in un modo positivo: l’egocentrico positivo offre molto di sé, molto più di quanto prenda. Questo egocentrismo mi interessa molto, perché è creativo, è costruttivo.

Sandro Veronesi parla della scrittura per «movimentare il dolore che ha, perché è vitale». E sembra di vedere quel fuoco, quell’idea che scrivere serva a trasformare tutto, a dirlo, a fare qualcosa di bello. Tu perché scrivi?
Scrivo perché è la cosa che mi piace di più al mondo. Leggere e scrivere. Vorrei scrivere molto di più e molto meglio di così, ma spero che questo sia un cammino, cioè spero di essere in movimento.

Come nasce la tua passione per i libri? Che ruolo hanno gli scrittori, e i libri e i giornali, oggi?
Ho cominciato a leggere libri molto presto, prima delle scuole elementari. Mi dava, e mi dà, un grande piacere. Non so se gli scrittori abbiano un ruolo: il loro ruolo è scrivere, scrivere bene, raccontare il mondo e le persone, farci sentire l’appartenenza all’umanità. I giornali hanno un ruolo diverso, e per quanto riguarda la qualità della scrittura, l’attenzione alle parole, e quindi ai pensieri, io credo che serva una cura più grande.

Quando hai capito che volevi scrivere? C’è stato un momento in cui ti è stato chiaro?
Quando alle medie mi succedeva di passare le sere a battere a macchina i temi che la mia insegnante di italiano si ostinava a mandare ai concorsi locali. Odiavo quei concorsi, mi vergognavo tantissimo e non volevo partecipare, ma il piacere di essere sola nella mia stanza a battere a macchina, una Olivetti beige di mio padre, era fortissimo.

Soffermiamoci sulle scrittrici intervistate, come Chiara Gamberale, con la quale hai pubblicato una corrispondenza tra una madre e una futura madre. Che rapporto c’è tra le donne, il fuoco di cui parli, la scrittura, e la vita di tutti i giorni?
Chiara Gamberale ha accettato di tenere questa rubrica insieme a me sul Figlio, l’inserto del Foglio che curo ogni venerdì. Ci scriviamo lettere una volta al mese. Raccontiamo la vita da madri, i pensieri, i tormenti, le avventure. Mi piace molto, lei è bravissima, molto generosa di sé, piena di fantasia. È diventata madre da pochi mesi, e mi interessa il suo sguardo su questa rivoluzione, dentro e fuori da noi. Credo che per le donne sia diverso, lo credo sinceramente: sono diversi gli ostacoli che una madre deve superare per riuscire a scendere nel profondo di sé, chiudere quella porta, scrivere. Serve una maggiore intensità.

Il tuo giornalismo è molto spesso un raccontarsi che finisce per raccontare tutti, o quantomeno tanti. Quanto “esporre” la propria vita aiuta a renderla meno pesante (per noi leggerti lo è)? Ti è stato facile farlo?
È il mio modo, per me è molto più facile, più naturale così. Partire da me mi fa sentire a mio agio nella scrittura: mi assumo la totale responsabilità di quello che sto scrivendo, e del mio sguardo su quello che accade. Quando scrivo sono più coraggiosa, non ho freni, non ho altri pensieri, non mi vergogno di niente.

Come insegni – se lo fai – ai tuoi figli l’importanza del “fuoco” della passione?
Spero che abbia ragione Natalia Ginzburg: se i nostri figli vedono che a noi piace la vita, che abbiamo una vocazione e la seguiamo, allora troveranno anche loro qualcosa che li appassiona, capiranno che è importante e seguiranno sempre quella passione.