Nell’estate del 2017 litigai furiosamente con la mia migliore amica e interrompemmo qualsiasi contatto per un mese intero. Mese che sembrò un’infinità, perché come per l’età dei cani, nella quale ogni anno vale sette, così anche nel nostro rapporto ogni giorno senza sentirsi corrispondeva a una settimana. In quel periodo di persona senza un pezzo, la libreria di casa mi fece cadere tra le mani “L’amica geniale” di Elena Ferrante (il primo di una tetralogia che include anche “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta” e “Storia della bambina perduta) a riprova del fatto che i libri abbiano un’anima e ti vengano incontro per dirti cose precise.

Dopo due anni sono andata a vedere “L’amica geniale” al cinema. Si tratta dell’anteprima delle prime due puntate di una serie diretta da Saverio Costanzo, prodotta da HBO, RaiFiction e TIMvision, che verrà trasmessa su Rai 1 dal 30 Ottobre.

 

Quella raccontata, dalla voce narrante di una delle due protagoniste, è la storia dell’amicizia speciale tra Elena Greco (detta Lenù) e Raffaella Cerullo (detta Lila) nate e cresciute nello stesso rione, alle periferie di Napoli, negli anni ’50. Compagne di classe, compagne di giochi, compagne di vita anche se sarà proprio la vita a dividerle. Diverse ma custodi di un rapporto quasi simbiotico, spettatrici di una realtà povera e violenta dove le brave persone e i criminali condividono la stessa scala del palazzo, dove comanda il più forte, dove il più forte è sempre il maschio. Dove due donne, fin da bambine, provano a sovvertire l’ordine costituito.

“Io non mi innamorerò mai di nessuno e non scriverò mai una poesia”
“Ma gli altri si innamoreranno di te”
“Peggio per loro”

Il libro ha più ritmo, ma il film ne rispetta l’intensità emotiva. Recitato in dialetto napoletano sottotitolato (grazie a tre stagioni di “Gomorra” non ne ho avuto bisogno) il film è storicamente ben reso nei particolari degli abiti e degli ambienti interni (case e aule scolastiche) ma della scenografia esterna si avverte tutta l’artificiosità. Costanzo si concede anche una grande citazione che lascio a voi scoprire dandovi come unico indizio il film di riferimento: “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Le protagoniste (Elisa Del Genio, Lenù, e Ludovica Nasti, Lila) sono due meravigliose giovanissime attrici, credibili, naturali ed estremamente comunicative nelle loro espressioni silenziose, quando con un solo sguardo esprimono tutta la forza di un’emozione.

Quello di Lila è un viso che perfora e non so se il paragone sia azzardato ma a me è venuta in mente Anna Magnani. Nei suoi occhi determinati, in quel broncio segnato, si legge tutto l’istinto che la guida, il coraggio, la spavalderia di affrontare a testa alta il contesto che la circonda. Ora con la magia delle parole, ora con la furia della violenza. Lenù, invece, è una bambolina color miele, la ragione con gli occhi azzurri, quella che forse si lascerebbe trascinare dalla corrente del “questo non si fa” se non fosse così attratta dal demone di vita insito nell’amica.

Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.

Al cinema, la sala era composta quasi interamente da donne e prima di entrare ho sentito dire: “È un film al femminile”. Non è vero. È un film che fa riflettere sulla condizione femminile, ieri come oggi, e che dimostra come le donne debbano fare il doppio della fatica per assicurarsi la stessa condizione degli uomini.

 

 

Lenù e Lila sono la dimostrazione di come anche la società meno libera e più povera abbia possibilità di riscatto se si asseconda e si lotta per una visione della vita che va oltre un cortile, oltre la casa in cui madri e nonne sono relegate, oltre un rione così limitante. Lenù e Lila, un giorno, partono insieme per andare a vedere il mare, simbolo di qualcosa d’altro, di lontano, di sconosciuto, contravvengono alle regole e si inebriano di libertà. Fanno le prove generali per la vita.

Le due amiche sono speranza, sogno e colore. Sono due piccoli scogli che resistono alle onde di una realtà difficile. Sono ancore reciproche e anche dalla poltroncina del cinema si è tentati di aggrapparsi alla loro perseveranza. Poi, quando il film finisce, si avverte ancora più forte la consapevolezza che un’altra vita sia possibile sempre. Che l’istinto è qualcosa di cui fidarsi, una luce da seguire, una voce da ascoltare perché ignorarla equivale a ignorare se stessi.

Lenù decide di ascoltarla da subito. Lila le dà ascolto dopo sessant’anni. Scomparendo senza lasciare traccia, portando via tutti i vestiti e tagliando se stessa da tutte le foto.

 

Per le foto: Eduardo Castaldo courtesy of Nexodigital