SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITO

Ho amato il Sorrentino di “Le conseguenze dell’amore” e “L’amico di famiglia”. Ho odiato il Sorrentino de “La grande bellezza”. Lui, il suo Toni Servillo, la sua Madre Teresa e le radici e i fenicotteri. Ma in fondo l’amore e l’odio non sono poi così distanti e dunque sono andata a vedere Youth. Dal trailer sembrava “La grande bellezza 2 – la vendetta dei vecchietti”, tipo che Toni Servillo diventa Michael Caine e pontifica su quanto sia stata vana la sua vita dalla spa di un ospizio di lusso.

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MICHAEL CAINE E  HARVEY KEITEL. FOTO DI GIANNI FIORITO

Intanto Paolo nelle interviste diceva che il film era sulla vecchiaia e sul tempo, e sui figli anche, sui figli certo, perché lui era “nato vecchio”. Questa cosa la dico spesso pure io, e ho iniziato a provare empatia. La dico senza sapere cosa diavolo voglia dire, nella mia mente che non ricordo un istante in cui sia stata libera dai pensieri o dalla malinconia, ma magari Sorrentino me lo spiega meglio. Insomma eccoci qui e la fotografia è sempre fantastica Paolo, anche se mi urta ormai questa tua insistenza sulle pieghe della pelle, l’iperrealismo dilagante, le facce strane, la decadenza dei corpi, che schifo, e basta pure ‘sto Maradona ciccione, sei il solito ostinato.

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Ma andiamo con ordine. Parliamo della vecchiaia. Che ne sappiamo noi “nati vecchi” della vecchiaia, possiamo solo fantasticare. Forse l’ipotesi è giusta, che tutto scompare, che il passato diventa una falda, come diceva Bergson, e il presente solo la punta di un cono. Il futuro poi non esiste per nessuno, figuriamoci per un vecchio che manca poco e muore. Ad ogni modo anche i giovani nel film sono vecchi, guardate Paul Dano, con il suo volto insopportabile, lo osservo e penso a “Il Petroliere” e ancora una volta vorrei essere Daniel Day Lewis sul finale, spaccategli la faccia per favore. In pratica tutto è un rimpianto, viene detto continuamente e mi scoccia perché le sceneggiature dei tuoi film, caro Paolo, sembrano scritte per essere pubblicate su Facebook. La vita non è tutta una massima, una frase ad effetto, la gente, specie i vecchi, non parlano così. A volte non parlano per niente e spesso sono incazzati, perché stanno per diventare cenere, e la maggior parte non conserva il serafico aplomb dei tuoi personaggi.

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Veniamo al tempo. Che si parli del meteo o degli anni che passano, quando si tratta del tempo si dicono solo banalità. È un dato di fatto, e non possiamo farci niente, nei film non dovremmo parlare del tempo, dovremmo mostrarlo, farlo apparire, come diceva Deleuze, in persona. E tu un poco ci riesci, se il tempo di cui vuoi parlare è quello dei vecchi che si suppone vuoto e stantio, un minuto uguale all’altro e il ricordo che è l’unica cosa che ha senso, il ricordo che ossessiona, lento, lentissimo, beh questo c’è nel tuo film. Un’agonia.

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I figli poi, i figli, certo. Su questo sei stato bravo, forse l’unico motivo per cui vale la pena vedere Youth. Quello che dici è vero. Non sappiamo proprio niente dei nostri genitori, solo un’atmosfera, solo un contesto. E loro invece lo sanno, quando facciamo finta di dormire mentre ci accarezzano, e lo sanno se siamo felici oppure no. Gli basta uno sguardo, e a noi non ne basteranno mille per capire cos’è successo nella loro vita, prima che esistessimo, siamo solo pronti ad accusare ed è giusto che sia così. Perché in fondo è tutta colpa loro la nostra maledetta malinconia.

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Intorno a questo ci stanno tutte le solite riflessioni da Viale del Tramonto. E io non sono un regista e non sono un attore in declino e Fellini ha già detto tutto e fattene una ragione non puoi dire di più, c’è Otto e Mezzo, caro Paolo, e nessun Harvey Keitel, mai, in nessuno dei mondi possibili sarà come Marcello Mastroianni in quel film. E nemmeno tu, anche se ti piace tanto e hai quell’atteggiamento, nemmeno tu sei Marcello Mastroianni in quel film.

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Quindi adesso non lo so più, che devo fare con te, Paolo. Che hai preso un grande cast di vecchie glorie, ci hai messo una gnocca qua e là e il solito complesso di nani, ballerine, scorci onirici, com’era bello quando non avevi ancora la fama e i soldi e t’importava di fare film piccoli che non parlavano del Senso della Vita, erano come scattare una foto. Poi hai vinto l’Oscar, ti amavano tutti. E non hai imparato niente dal tuo personaggio più bello, hai fatto un grande errore, ricordi quell’appunto? “Mai sottovalutare le conseguenze dell’amore”?

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