women's march washington

Il 20 gennaio Trump prenderà possesso della casa Bianca con l’Inauguration Day mentre per il giorno dopo è indetta la Women’s March, sempre a Washington, e la cosa non è certamente una coincidenza. Si tratta di una marcia di chiara matrice femminista promossa per la difesa dei diritti delle donne e di tutte le minoranze nei postumi di quella che si è rivelata una delle elezioni presidenziali americane più sofferte e traumatiche.

We stand together in solidarity with our partners and children for the protection of our rights, our safety, our health, and our families – recognizing that our vibrant and diverse communities are the strength of our country.

Giulia Zoavo Women's March Washington

 

Illustrazione di Giulia Zoavo per Cosebelle Magazine

Era inevitabile che fosse un evento strettamente connesso alle recenti elezioni americane, sebbene le organizzatrici ripetano che no, non è una semplice marcia contro Trump. Piuttosto l’esistenza stessa di Trump e la memoria ancora recente della sua campagna elettorale piena zeppa di minacce alla diversità, che sia per motivi religiosi, per il colore della pelle, per orientamento sessuale o per matrice culturale, ha sicuramente accelerato il processo aggregativo.

La marcia è una reazione non violenta a questo periodo di paura e sofferenza, per andare avanti nonostante tutto prendendo posizione contro le disuguaglianze e le ingiustizie. L’ispirazione arriva direttamente dai principi del movimento di Martin Luther King che invocano la pace, il rispetto e soprattutto la non violenza per far sì che le differenze non siano più un ostacolo, ma un vantaggio per le comunità.

It is not our differences that divide us. It is our inability to recognize, accept, and celebrate those differences.
— Audre Lorde

C’è l’urgenza di difendere i diritti delle donne e delle minoranze, della comunità afroamericana, ispanica, dei nativi americani, della fascia più povera della società, degli immigrati, i musulmani e i membri della comunità LGBT. Tutti devono essere in grado di provvedere ai propri bisogni con dignità. Questa urgenza nasce proprio a seguito delle scelte di Trump per il suo governo e le promesse che ha fatto in campagna elettorale. Non sono un mistero le sue posizioni sull’immigrazione e le promesse fatte a proposito del muro tra Stati Uniti e Messico. Nei progetti del presidente, però, c’è anche un taglio di fondi per Planned Parenthood, l’organizzazione che supporta le donne americane per una corretta educazione sessuale, l’accesso ai giusti servizi medici in caso di aborto e metodi contraccettivi; per non parlare delle posizioni controverse assunte nei confronti dei musulmani, con un registro per identificarli tutti, e dei membri della comunità LGBT che temono l’annullamento delle conquiste fatte con l’amministrazione Obama (matrimonio, adozione e la famigerata “bathroom bill“, la legge che pretende di regolare l’accesso ai servizi pubblici per i transgender).

Le donne che promuovono e hanno dato il via alla Women’s March sono attiviste con diverso background sociale e culturale, sono immigrate, americane, donne di colore, musulmane. E ci sono anche nomi illustri come quello di Gloria Steinem, femminista e attivista, e Harry Belafonte, anche lui attivista per i diritti civili, oltre ai numerosi endorsement dal mondo dello spettacolo americano. Questa è una manifestazione femminista aperta a tutti coloro che credono nel rispetto del diritto all’uguaglianza e della parità. Uomini, donne, ragazzi uniti insieme per dare un messaggio, ma soprattutto per confrontarsi e unire le forze, fare sentire la propria presenza, dimostrare che sì, anche nel 2017 c’è bisogno di manifestare per i propri diritti, che non sono più così scontati.

Women’s March tra contraddizioni e speranze

Tante però le contraddizioni. Sorprende, per esempio, l’adesione dei gruppi femministi Pro-life, dichiaratamente antiabortisti. Adesione che è stata poi prontamente ritirata (notizia del 17 gennaio) con mille interrogativi a seguire. Come si sarebbe conciliata la loro presenza con quella di Planned Parenthood? Chi ha il diritto di escludere qualcuno da questo movimento?
Ma non è questo l’unico dubbio. Come evidenziato da un articolo pubblicato da The Cut c’è il reale pericolo che la manifestazione (per la quale sono attesi più di 200mila partecipanti) venga liquidata dal nuovo presidente americano con la solita sequela di tweet infantili, superficiali e pericolosissimi.

Forse una marcia di questo tipo è diventata anacronistica nel 2017?

Eppure l’elezione di Trump un merito ce l’ha avuto: dare una nuova spinta a molte donne per interessarsi di più ai diritti civili, al femminismo e al rispetto della diversità. Questa marcia è solo una delle occasioni che abbiamo di interpretare il tempo in cui viviamo, per correre ai ripari quando siamo ancora in tempo. Sarà abbastanza? Chi lo sa. E se non fosse presa sul serio? Vuol dire che sarà comunque un preziosissimo momento per parlare, confrontarsi, attivarsi, creare movimenti inclusivi, promuovere un femminismo intersezionale che tenga conto di ogni donna, di ogni minoranza in egual misura. Questo è il tempo dell’empatia, dell’interpretare le ragioni delle altre, del capire e promuovere il femminismo per uomini e donne. Questo è il tempo di stare insieme, uniti, in pace.

Gli appuntamenti

Washington – 21 gennaio alle 10:00 tra Independence Avenue e Third Street

Roma – 21 gennaio ore 11:00, Piazza della Rotonda di fronte al Pantheon

Firenze – 21 gennaio ore 12 in via Pelliceria 3, Piazza della Repubblica

Londra – 24 Grosvenor Square, US Embassy

Per approfondire

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Aborto e contraccezione. Perché negli Stati Uniti se ne discute ancora?

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I’m Anti-Trump, But I Refuse to March

Immagine di copertina: The Cut