Ko-ke-shi!

Parliamo oggi della seconda classificata tra le mie “fisse nipponiche” (dopo la washi tape), le deliziose bambolekokeshi (こけし).

L’etimologia non è chiara, né lo sono la data e il luogo d’origine; quello che si sa, è che sono delle bambole intagliate a mano dal legno, originarie del nord del Giappone, con il corpo tendenzialmente cilindrico (senza braccia né gambe) e una testa sproporzionatamente grande, con semplici linee a definire l’espressione del volto, e la superficie resa lucida dalla cera.

Esistono due grandi categorie di kokeshi: le cosiddette kokeshi “creative” (新型こけし shingata-kokeshi) e quelle “tradizionali” (伝統こけし dentō-kokeshi), di cui si contano circa 11 tipologie, quasi tutte legate ad una cittadina termale. La più popolare è Naruko, che prende il nome da un villaggio della prefettura di Miyagi, nella regione Tōhoku, oggi tristemente conosciuta in tutto il mondo a causa dello tsunami del 2011.

Naruko Onsen conta meno di 9000 abitanti, e se avrete la fortuna di visitarla in autunno sarete stregati dallo spettacolo delle foglie rosse degli alberi (in lingua giapponese viene chiamato momiji 紅葉), dal rumore dei geta (i caratteristici sandali di legno), dai colori degli yukata dei turisti (kimono in cotone), e potrete anche visitare il Museo Kokeshi, che vanta una collezione di più di 5000 bamboline.

Anche il significato delle kokeshi è piuttosto misterioso. Infatti, ho sentito diverse interpretazioni: c’è chi dice simboleggino i neonati indesiderati, uccisi subito dopo la loro nascita; secondo altre fonti, esse rappresentano le ragazze perdute del Tōhoku, regione storicamente povera e isolata, costrette a lasciare la casa e la famiglia in cerca di fortuna altrove. Più semplicemente (e anche più felicemente…le prime due interpretazioni non sono certo delle più allegre), pare si siano diffuse come souvenir delle città termali in cui sono nate, e portate quindi nel resto dell’arcipelago come dono a chi era rimasto a casa, dove finivano per diventare giocattolo per i bambini. Da qui ha probabilmente origine il loro significato di oggetto portafortuna per le famiglie.

Oggi, il loro aspetto kawaii (tra le caratteristiche dei più popolari personaggi dell’estetica kawaii vi è sempre un corpo rotondeggiante e una testa sproporzionatamente grande) e la possibilità di rielaborarle in declinazioni infinite ha dato alle kokeshi una nuova esistenza globale. Da souvenir handmade fatto a misura del popolo giapponese sono diventate oggetto popolare in tutto il mondo. In particolare, il brand australiano (si si, avete letto bene, australiano!) Kimmidoll ha inventato una serie di personaggi, ognuno legato ad un concetto astratto (amicizia, amore, pace…), e le ha declinate in varie versioni: portachiavi, tazze, cancelleria e chi più ne ha più ne metta.

L’illustratrice Annelore Parot ha fatto la sua fortuna con i begli albi colorati per bambini (o adulti appassionati….bè, ne ho uno anch’io ovviamente!) che hanno come protagoniste delle adorabili kokeshi, dal gusto nipponico e retrogusto francese.

Certo, per quanto si possano apprezzare queste nuove evoluzioni sul tema kokeshi, di certo non sono paragonabili alle graziose statuine in legno made in Japan. Se avete in programma di recarvi nell’arcipelago non dimenticate di lasciare in valigia un po’ di posto per le kokeshi, e ricordatevi che nelle metropoli è più probabile trovare le kokeshi “creative” (e fatte in serie), mentre spingendovi a nord nelle piccole cittadine potrete trovare anche quelle “tradizionali” in pezzi unici.

Se invece un viaggio nel Paese del Sol Levante non è imminente ma non sapete rinunciare all’idea di riempirvi la casa di kokeshi originali, internet non vi deluderà: qui, qui o qui certamente troverete qualcosa che soddisfa le vostre esigenze!

Ja, mata ne!