Due Italiani a Sapporo, con la macchina fotografica e la matita

Sapporo è una città dell’Hokkaido, l’isola all’estremo nord dell’arcipelago giapponese.  Nico e Sio diventeranno  un grande fotografo e un grande fumettista, si dice.  A Sapporo, hanno sviluppato il loro secondo progetto insieme, si chiama unCOMMON:Stories e parla delle persone e delle loro storie.

Tra Febbraio e Marzo 2012 sono andati in giro per la città innevata a farsi ispirare dai suoi abitanti, e il risultato lo trovate in questi ritratti in bianco e nero e negli aneddoti trasformati in vignette. unCOMMON:Stories presto diventerà un libro.

Non vi sto parlando di blogger sponsorizzati, o di artisti intellettuali famosi e un po’ snob, spinti da qualche casa editrice, ma di due ragazzi normali con il sogno di vedere le loro storie pubblicate. E quindi ho deciso di presentarveli.

CB- Il vostro progetto è incentrato sul soggetto più interessante e variegato possibile: le persone. Avete iniziato il vostro racconto fatto di volti e fumetti ambientandolo in una città del Giappone, Sapporo. È stata una scelta mirata o semplicemente vi trovavate lì in quel momento?

Nico: Nessuna scelta mirata: ci siamo trovati a vivere di nuovo insieme a Sapporo dopo quasi un anno di distanza. Già nell’anno precedente avevamo entrambi lavorato spalla a spalla al progetto 365, io con le foto, Sio con i fumetti. E trovarsi finalmente, dopo tanto tempo, di nuovo insieme per due mesi è stata un’occasione inperdibile per iniziare un nuovo progetto.

Sio: Esatto, e poi io avevo già in mente di fare una raccolta di interviste di persone per fare fumetti su di loro, ma parlandone con Nick mi è venuto naturale includerlo nell’idea, per renderlo più interessante e per sperimentare qualcosa che sembra che non molti abbiano fatto (per qualche ragione a noi ignota): lavorare insieme con foto e fumetti.

CB- Quanto ha influito sul prodotto finale il fatto che abbiate raccontato delle storie dallo sfondo giapponese?

Nico: Beh, certamente non sarebbe stato lo stesso, ma il fatto di averlo ambientato in Giappone non è un elemento chiave in sé ai fini del progetto: sicuramente è stato ancora più bello poter mettersi in gioco anche da un punto linguistico e soprattutto farlo in un paese dove le persone hanno la nomea di essere chiuse e riservate 24/7. Mettere un po’ di difficoltà, l’elemento di sfida all’interno di unCOMMON:stories ha reso il tutto ancora più stimolante e ci ha aiutato a dare il meglio di noi.

Sio: Sì, il focus sono le persone e le storie, il fatto che fossero Giapponesi è stato perché, guarda caso, ci trovavamo in Giappone. Inoltre, Nick era lì da un anno e ormai parlava giapponese da dio, il mio faceva schifo e volevo una scusa per esercitarmi. Volevo prendere una ventina di piccioni con una fava.

CB- Come reagivano le persone alla richiesta di farsi ritrarre fotograficamente e “fumettisticamente” ?

Nico: Immaginati due gaijin (stranieri in giapponese) presi benissimo che ti approcciano in giapponese e ti spiegano urlando e gesticolando (siamo un po’ tarantolati quando ci prendiamo bene per qualcosa) che vogliono raccontare la tua storia attraverso un ritratto e un fumetto, cercando in tutti i modi di convincerti: chi mai direbbe di no? Scherzi a parte, quasi tutti hanno accettato subito ed erano contenti di poterci aiutare.

Sio: Sì, erano tutti molto interessati al progetto (a parte uno, che ci non ci ha rilasciato l’intervista subito, e poi ci ha anche chiesto di non usare la foto, ma è l’eccezione che conferma la regola), e vedevo che quasi tutti cercavano di farsi venire in mente la storia più interessante possibile. Perché comunque poi i fumetti partono dalla storia, però poi spesso partono per la tangente, per motivi narrativi e per il fatto che io sono quasi incapace a fare un fumetto troppo serio. Poi vabbè, ha aiutato il fatto che la maggior parte delle interviste fossero state fatte mentre si beveva una birra.

CB- C’è una storia che vi ha emozionato in modo particolare?

Nico: Fai tu Sio che io ero quello fuori dai locali al freddo e al gelo a fare le foto.

Sio: Ok, dunque, è molto semplice. C’è questo giornalista che lavora per il Mainichi Shinbun (uno dei maggiori giornali giapponesi), che mi ha raccontato di quando è stato inviato, un mese dopo il terremoto, a Sendai, la città che un giorno c’era e il giorno dopo no, per intenderci. E la descrizione dei racconti delle persone e dei luoghi che ha incontrato e intervistato in persona mi ha davvero colpito. Per dirne una, è stato sulla montagna vicino a Sendai, un mese dopo ripeto, e mi ha spiegato che ci è rimasto di merda (si può dire merda su Cosebelle™?), perché odorava ancora di mare. Di mare.

CB- Avete studiato lingue orientali e desiderate fare il fumettista e il fotografo, sono scelte che avete maturato durante gli anni dell’università? Per scappare dai kanji, o c’era un nesso precedente tra le due cose?

Nico: Per me, nonostante non ci sia e non ci sia mai stato un vero nesso logico fra le due cose, l’aver studiato Lingua Orientali è stato fondamentale per inciampare nella fotografia : ho iniziato a far foto a caso durante i tre mesi passati a studiare per l’ultimo esame della laurea a Sapporo con Sio. E’ li che mi ammalato di “fotografite acuta”. Da quel momento in poi non ne ho più voluto sapere di mollare la macchina fotografia e soprattutto, l’anno poi trascorso sempre a Sapporo a studiare e lavorare mi ha portato nelle situazioni e condizioni di capire che è la mia grande passione e che voglio sia la mia carriera.

Sio: Io ho iniziato a fare fumetti a 8 anni, e dico 8 anni perché non mi ricordo un cavolo di quando ne avevo di meno (a parte una volta che sono caduto con un barattolo di ragù in mano e mi sono sfracellato la faccia, forse ne avevo 6). Ho continuato a farne, sperimentando sempre stili nuovi (fumetti su carta a quadretti, a righe, sul diario, o perfino SENZA quadretti), ma è stato quando ho incontrato Lucio, il mio editore, che ho scoperto che magari a qualcuno poteva importare dei miei scarabocchi, e dunque ho preso ad impegnarmi maggiormente, e ora Scottecs Comics è uno dei siti più letti al mondo (ma forse mi confondo col sito del New York Times). Scherzi a parte, ci voglio davvero pagare le bollette con queste cose, e ho una serie di progetti che prima o poi mi porteranno ad una moderata fama, che mi interessa relativamente, ma solo perché mi serve gente che li legga, i miei fumetti, per viverci. E no, sono andato a studiare Giapponese solo perché è una lingua buffa e non c’entra molto con i miei fumetti.

unCOMMON:Stories è uscito il 1 Luglio su Ulule per trovare dei fondi per essere stampato, e da poco è anche su Twitter.