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Eravate due su quella sedia a dondolo. Avanti e indietro, con la stessa oscillazione dei ricordi. Ma nonostante il movimento di ricerca si affacciasse sull’orlo del precipizio della memoria, nulla appariva emergere dal fondo, costringendoti al presente. Come quando si vaga per la casa e a un certo punto ci si ritrova persi, trascinati in una stanza da una forza estranea a chiedersi “perchè, perchè ero venuta qui“? Qualcosa di terribile era accaduto, ma ora appariva dissolto tutto concentrato a ricoprire i tuoi pensieri di un sottile strato biancastro, come la farina che esplode appena apri la confezione. L’unica cosa certa era lei, la tua bambina, il suo placido sguardo onniscente che ti osservava senz’ombra di giudizio dal fondo del tuo grembo. Nè dormiva, nè piangeva, in qualche modo rifiutandosi di dichiarare la terribile verità che aleggiava su di voi: avevi ucciso il tuo analista, il giorno prima, con un coltello da cucina.

Julia Deck appare nel panorama letterario con un incredibile esordio: Viviane Elisabeth Fauville – pubblicato da noi per Adelphi – è il racconto della dissolvenza dell’Io, che man mano si perde nel labirinto della follia. L’uccisione dello psicanalista è qui l’assassinio del padre dell’identità, che di lì in poi si sdoppia, in infinite personalità psicotiche, fino al delirio completo. Ad esser presa in esame non è l’atrocità dell’omicidio, ma il terrore dell’invisibilità, la perdita di compattezza che fa di Viviane un fantasma, ossessionato dal ricordo di una vita precedente ormai resa inarrivabile.

Abbandonata dal marito per una nuova fiamma, sola in una casa vuota con la sua neonata, preda delle crisi di panico che la colgono come aggressori agli angoli della strada, Viviane si aggrappa al fagotto che ha in braccio. La neonata è un feticcio, incarna lo specchio nel quale Viviane si riflette per ritrovare se stessa e il suo passato. Colei che non può parlare, non può fuggire, nè giudicare: ella è, semplicemente, reale. Non si può dire lo stesso del mondo che si svela all’occhio della follia, una costruzione che rende Viviane allo stesso tempo assassina, investigatrice e persecutrice.

Con una scrittura che non lascia scampo Julia Deck dipinge una spirale discendente, affidando la spersonalizzazione di Viviane ad una voce narrante multipla, che è insieme soggetto e oggetto dello sguardo. Tu Viviane, lei Viviane, io Viviane. Chi può dire se è dentro o fuori di sè a questo punto? Chi può dire, in questo turbine, che cosa è vero e cosa è solo sogno, fantasia, ricordo?

Tutto è riassunto nell’epigrafe del romanzo, tratta da L’Innominabile di Samuel Beckett: “Da quando sono, io sono qui, dato che le mie apparizioni altrove sono state assicurate da terzi“.