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Che cosa resta ancora da dire, di un capolavoro assoluto, quando ormai tutto è stato già detto, tutto è stato già scritto e dai più grandi poi. L’inibizione è una strana sensazione di attesa e vergogna, mescolate insieme, che ti trattiene, per paura dell’ovvio e dell’ottuso.

Eppure, quando sei davanti ad un altro è tutta questione di interpretazione. E pure se l’altro è proprio un libro, l’interpretazione è una cosa così personale che scivola via dalle grinfie del sapere e della scienza e si trasforma in vissuto emotivo. Ecco, ci siamo, inginocchiati al cospetto di un capolavoro come un suddito dinanzi al trono del re, siamo pur sempre umani, vivi e morti insieme, noi e la nostra interpretazione che resuscita i trapassati.

Ecco allora che si può ancora dire una parola. Una che non è stata detta, la nostra. Ciascuno fa il proprio viaggio al termine della notte, accompagnato da Céline come Dante da Virgilio. Sì, perché simile è una discesa all’inferno questo viaggio, e va fatto al momento giusto, più o meno nel mezzo del cammin di nostra vita.

C’è la Storia dentro, quella che a viverla non siam stati capaci, possiamo solo subirla. La guerra, il male assoluto, l’orrore. E Ferdinand che ti dice che questo schifo di vita era uno schifo anche allora. E lo schifo è uguale per tutti, non conta se muori tranciato da una baionetta o se muori nel tuo letto d’ospedale a novant’anni suonati, perché da quando la guerra s’è affacciata l’uomo ha mostrato di essere soltanto un animale. Più porco dei porci, più topo dei topi.

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E tutti giù a sperare che finisca la notte, alcuni nei bordelli, alcuni ai manicomi, alcuni nell’amore. Son solo rifugi di fortuna, l’aria ristagna e si vizia, e prima o poi devi uscire. Tanto la notte ritorna, inutile affannarsi che senso ha poi, ecco, si muore. Poche son poi le gentilezze e spesso non ricompensate. Direte voi: “Forse allora, che c’era la guerra, la fame, le malattie, la povertà e gli aborti. Che si crepava di freddo in mezzo alla strada”. E invece oggi che le guerre ammazzano solo chi compra di meno, e la fame pure, oggi che le malattie le scopri solo che è troppo tardi non c’è più rimedio se non accanirsi evitar di sparire. Siam meno poveri noi? I figli sono tutti voluti? E se la gente non crepa di freddo, muore, ve lo dico io, di solitudine.

Non si può sfuggire alla notte, questo ci insegna Céline. Perché alla fine: “Tutto si traduce nello sforzo di allontanare la verità da quei luoghi che tornano a piangere senza tregua su tutti; si ha un bel fare, si ha un bel bere, anche del rosso, denso come l’inchiostro, il cielo resta quello che è laggiù, ben chiuso sopra, come una gran pozza per i fumi della periferia“.

Ecco, lasciateci almeno il diritto d’essere infelici, e buona notte.