L’importanza di parlare di film che non hai (ancora) visto.

È da sempre lo sport preferito dei critici di tutto il mondo. Stroncare o glorificare film in concorso alle mostre del cinema, seguendo l’onda di coloro che ci sono già stati al posto loro. Oppure non sono andati a vederli nemmeno loro e tutti  cercano di arrampicarsi sugli specchi restando nel vaghissimo. Se avessero invitato me, affibbiandomi un bel pass con scritto sopra PRESS e “accesso a tutte le aree”, i film li sarei andati a vedere eccome, e poi, di ritorno, il pass l’avrei inserito in una bella cornice dorata e l’avrei appeso sopra al letto della mia cameretta.

Questa è la storia dei film che avrei voluto vedere a Venezia, se si fossero degnati di invitarmi come meritavo, e che vedrò da comune mortale seduta su una sedia di vellutino di una squallida multisala.

Innanzitutto Faust, del russo Sokurov, perché vincere il Leone d’Oro, mentre si rilegge Goethe, non è cosa da tutti.

Poi, sempre per rimanere in tema coi grandi pensatori dell’era moderna, A dangerous method, di Cronenberg, perché ci vuole uno psicopatico per analizzare Freud, e poi, più prosaicamente per il fantastico terzetto: Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel.

Giovane e francese con un bel po’ di fascino, come Louis Garrel, diretto dal padre attraverso i tormenti dell’arte e dell’amore e i turbamenti suscitati dalla Monica Bellocci nazionale, ancora quarantenne, ancora bella, ancora inespressiva.

Non si può dire lo stesso delle due coppie impegnate in un’aspra carneficina, Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly, in Carnage, del genio maledetto Roman Polanski, come al solito promette di essere tagliente, acuto e nichilista. Come perderselo?

E non voglio perdermi neanche Poulet aux prunes, di Marjanne Satrapi e Vincent Paronnaud, poetico, delicato e malinconico, narra la storia di un uomo (e il suo violino) che vorrà abbandonare la vita per amore, e per la musica.

Già che si parla di lasciare l’esistenza terrena, prepariamoci per la visione della fine del mondo vista cogli occhi di Abel Ferrara, che dirige Willem Dafoe e Shanyn Leigh nel loro ultimo giorni come coppia e come esseri viventi su questo nostro pianeta. Aspettando la fine alle 4:44 Last day on Earth.

E poi, voglio vedere Quando la notte, della Comencini, solo perché l’hanno fischiato, e forse invece hanno sbagliato, a volte è coraggioso trattare un tema scomodo, come quello di una madre che non ama i propri figli.

Per la sezione “Fuori concorso”, come non citare Wild Salomè, dell’italoamericano più amato d’America: Al Pacino, alla doppia prova d’attore e regista, in un metafilm su se stesso che interpreta il Re Erode nella celebre opera teatrale di Oscar Wilde.

Infine due film piccoli, che promettono di ricordare almeno una volta quanto è grande e generosa l’Italia rispetto a questi giganti del cinema: Terraferma di Crialese e Cose dell’altro mondo, di Francesco Patierno, entrambi raccontano il dramma dell’immigrazione, perdersi in mare tentando di afferrare un sogno, o perdersi del tutto, scomparire, come succede agli immigrati del film di Paterno, cancellati, spariti, ci lasciano col ricordo e forse ci insegnano ad avere nostalgia di loro.

Comprati i pop-corn?