Urbino, Nebraska_Cosebelle_01

Chi non è nato e cresciuto in provincia, chi non è scappato a diciott’anni, con i propri affetti in tasca, chi, infine, non è rimasto lì una vita intera a metter radici o marcire non sa, non può sapere com’è essere parte di una piccola città.

Alessio Torino ce lo racconta magistralmente nel suo Urbino, Nebraska – per Minimum Fax – ultimo romanzo dell’autore, costruito intorno alla morte per overdose di due sorelle, Ester e Bianca, che abitano Urbino negli anni ’80.

Nulla viene detto delle due, se non la loro tragica morte per noia e asfissia, inghiottite dalla panchina qualunque del parco. Dai loro corpi accasciati si dipartono linee che intersecano le vite degli altri personaggi e come bisettrici le trasformano, tagliandolo in due, prima e dopo l’incontro. E doppiamente la gioventù si mostra con il suo bagaglio di malanni: quelli congeniti, la noia, la paura del futuro, l’insicurezza e quelli accessori generati dal vivere in uno schema chiuso che non fa che ripetersi.

La provincia chiama chi c’è dentro e contamina chi è fuori come un virus che non cessa di moltiplicarsi. Le due sorelle sono il nucleo che tiene unito il romanzo tramite infiniti rimandi: un ritaglio di giornale che ricorda la loro morte, una madre che racconta il dolore della loro perdita, i loro oggetti personali, gioielli, dischi, una foto. E gli altri intorno, costretti ad indagare su loro stessi, attraversando i fantasmi delle ragazze.

Urbino è ben più che un’ambientazione: madre e matrigna, moderna e bigotta, fedele e traditrice, è la sede della contraddizione interna ai personaggi. Come se il dentro ricalcasse il fuori come uno spettro fotografico al quale non si può sfuggire.