Una volta completati i suoi studi umanistici con una laurea e un dottorato in letteratura inglese, Ellen Ullman si trasferisce a San Francisco e si imbatte in un modello di TRS-80, un computer di primissima generazione. Siamo negli anni ’70, Ellen si incuriosisce, compra la macchina e ne studia il linguaggio. Questo è l’inizio della sua carriera da Software engineer che la porterà a vivere gli anni ruggenti della Silicon Valley da professionista della programmazione. Di per sé è già una storia straordinaria, ma come se non bastasse succede anche che Ellen si scopra scrittrice e riesca a raccontare, con una scrittura brillante e talmente ricca di dettagli da risultare quasi cinematografica, la sua vita, le sue esperienze, lavorative e non, e cosa vuol dire essere una donna nel mondo delle macchine e dei linguaggi di programmazione.

È uscito da pochi giorni nelle librerie, edito da Minimum fax, Accanto alla macchina – La mia vita nella Silicon Valley, il suo esordio nella scrittura targato 1997, uno spaccato di vita personale della Ullman riflesso nelle conquiste della Silicon Valley di fine millennio scorso, una fucina di grandi e piccoli nerd alla prese con gli albori del web e dei nuovi linguaggi di programmazione. E che ci faceva Ellen, donna e ultra trentenne, in quel mondo? Una consulente eccellente, programmatrice e manager della propria azienda “virtuale”, costituita all’inizio da sé stessa e poco altro, per poi prendere parte a grossi progetti aziendali e start-up dalla vita più o meno breve, giusto il tempo di investire in azioni e fare un bel po’ di soldi.

Il talento della Ullman è palpabile in questo memoir (ottimamente tradotto da Vincenzo Latronico): non solo individua gli albori dei meccanismi di quello che stiamo vivendo adesso, una società “iperconnessa” tra social network, assistenti virtuali e realtà aumentata, ma lo fa con una scrittura talmente fedele alla sua natura che la rende riconoscibile e differente come autrice, evidentemente geniale. Nelle pagine di Accanto alla macchina si scorge nitida l’estrema velocità di pensiero di una professionista abituata a risolvere problemi, analizzare codici, individuare bug con un battito di ciglia e che con la stessa velocità e lucidità analizza i suoi rapporti personali, tra famiglia e amanti, e obiettivi e i limiti del suo lavoro. Ellen Ullman descrive con realismo straordinario il lavoro in ambito informatico e le figure che lo popolano, e individua già i primi problemi:

Mi dico che ormai siamo tutti collegati alla rete globale – non solo: ci siamo legati a essa, ne siamo dipendenti. È la nuova droga: l’istante, l’adesso, il globale.

Siamo nel 1997.

Con la nonchalance insita nel suo personaggio Ellen si dichiara

una ex comunista trasformatasi in mercenaria del software.

La incontriamo quando è alle prese con Jerry, un software per la gestione dei dati dei malati di Aids, e la ritroviamo a riflettere sulla caducità del suo lavoro e delle sue competenze, sulla corsa necessaria all’aggiornamento e sulla parte virtuale della sua professione. Non fa differenza che a scrivere con queste competenze sia una donna, ma non perché non importi, tutt’altro, ma perché il talento, il genio e le competenze non hanno un genere predefinito, esistono e basta, in uomini e donne in egual misura. Il racconto personale della Ullman dipinge una donna indipendente e fortemente identificata col il suo lavoro. Che questo sia di lezione: è possibile immedesimarsi così tanto col proprio lavoro e sposarne la causa e comunque non perdere una virgola del proprio essere donna.

Con l’avanzare delle pagine Ellen Ullman riflette sulla sua creatura, Jerry, e i compromessi col mondo del business che lo trasforma in un primissimo sistema di “sorveglianza”. Da sfida intellettuale per nerd della programmazione a sistema incrociato per controllare persino i soldi sul conto corrente dei malati schedati. La riflessione sul mestiere e sul mondo in cui lavora si allarga e va alla ricerca della motivazione, personale e non, che spinge lei a proseguire tra progetti e collaborazione e l’intera valley a inseguire le quantità incredibili di soldi che si fanno con le start-up, le azioni e le scommesse informatiche. Le dinamiche del lavoro descritte (e quindi di 20 anni fa) sono incredibilmente attuali. Non lo pensereste dato l’abisso tecnologico fra il 1997 e il 2018, e invece i fenomeni sono gli stessi e Miss Ullman traccia il destino che andrà a verificarsi con una sicurezza sorprendente. Il suo, e quello di tutti i software engineer, è un lavoro fatto di illusioni, di senso di ebbrezza, di picchi di onnipotenza assoluta e abbrutimento da cameratismo tra collaboratori. E tra obiettivi più meno moralmente elevati e quel freddo e continuo flusso di soldi che la Silicon Valley genera, c’è quel genio di Ellen nella sua macchina, comprata con i guadagni degli investimenti, e sullo sfondo la vista mozzafiato su San Francisco e le sue strade dopo la pioggia

lucide e fumanti, come fresche di lavastoviglie.

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