Adriana Faranda.

Dalla militanza nelle Brigate Rosse al suo ruolo di mamma, il tutto condito da una grande passione per l’arte. Adriana Faranda ci insegna uno straordinario modo di essere donna.

CB – Charlotte Whitton ha detto che “Noi donne dobbiamo fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per potere essere giudicate bene la metà e per fortuna non è così difficile”. Ma perché dopo anni di lotte femminili e femministe per la conquista di diritti noi parliamo ancora di gender gap? ma il gender gap ha una etichetta di scadenza?

AF – Noi donne abbiamo sempre avuto la necessità di dover fare meglio degli uomini, poiché il nostro impegno ha sempre avuto un metro di giudizio diverso da quello impiegato per valutare il “fare” degli uomini. Il mondo del lavoro, per esempio, non tutela le nostre esigenze e dobbiamo assistere, tristemente, da tempo, ad una situazione in cui le retribuzioni degli uomini sono più consistenti di quelle delle donne. Sarebbe necessario riorganizzare la società e l’intero apparato legislativo e improntarlo al rispetto delle pari opportunità. Bisogna abbandonare la logica dell’omologazione e guardare con più attenzione agli elementi che contraddistinguono noi donne e che ci rendono diverse dagli uomini. Le pari opportunità non sono “omologazione”, ma maggiore attenzione verso le diversità, biologiche per prime. Solo ponendo maggiore attenzione verso gli elementi di “differenza” si può arrivare ad una valutazione più equa che accorci le distanze.
CB – Lei ha fatto parte di una organizzazione terroristica i cui esponenti erano per la maggior parte uomini. In quella circostanza ha goduto delle stesse opportunità dei Suoi colleghi uomini?

AF – Purtroppo no. La voce degli uomini nei momenti di decisione, come nei momenti di scelta e di preparazione alle “azioni” aveva un peso diverso rispetto a quella di noi donne. Noi avevamo una diversa sensibilità che avrebbe potuto incrinare la determinazione e pregiudicare la costanza. Di fatto noi donne eravamo più legate agli affetti, alla vita passata, meno disposte ad annullare la nostra individualità per la collettività. Noi eravamo anche mamme. Sicuramente per un uomo sono stati più facili sia l’ingresso sia la permanenza nell’organizzazione.

CB – Lei non ama parlare di militanza, bensì di impegno. Ci spiega la differenza?

AF – La militanza è un termine ostile perché presuppone omologazione, disciplina, poco spazio per il cambiamento, per l’individualità, per la diversità. E’ un obbligo. L’impegno, invece, è sempre ragionato ed è una scelta quotidiana che coinvolge la persona integralmente e dà massimo spazio alla creatività, alle idee e all’innovazione. La militanza può diventare soltanto una disciplina poco convinta o troppo convinta e quindi acefala, non sempre presuppone un coinvolgimento complessivo dell’essere umano. Nell’impegno, invece, vengono salvaguardate tutte le cose che, nella militanza, a volte, devono essere sacrificate.

CB – Come mai nel Suo libro “Il volo della farfalla “ ha  usato il simbolismo dei fiori e delle piante per dare un nome ai suoi personaggi?

AF – Sono state le donne di cui ho scritto ad avermi condotto ad un fiore, più  che viceversa. Io amo le piante. I fiori sono fortemente evocativi, hanno dei profumi, degli odori, una durata; possono essere esili e profumati o avere una intensa fioritura e rimanere sgradevoli. La pianta che li sostiene può essere un arbusto, può essere un albero o uno stelo estremamente esile. Io avevo la sensazione che i fiori potessero rappresentare non soltanto delle immagini, ma dei modi di essere, delle personalità differenti. Nelle donne che avevo incontrato avevo notato la fragilità, la caducità, la delicatezza che possono contraddistinguere un fiore. Alcune di queste donne non so che fine abbiano fatto, non so se siano sopravvissute alle intemperie della vita o se siano state sradicate definitivamente.

CB – In cosa è cambiata, se è cambiata, la donna dagli anni ’70 ad oggi?

AF – Negli anni ’70 c’è stata la rottura con un modo di intendere la donna e i rapporti che era dell’epoca precedente, c’è stata l’esplosione della speranza, per la donna, di potersi affermare diversamente. Sono fioriti gruppi femministi, alcuni positivi, altri, invece, assolutamente negativi che hanno danneggiato pesantemente il percorso della donna, come per esempio quelli che volevano la castrazione del maschio o che pensavano alla parità in senso becero. C’era l’esplosione della speranza, la riappropriazione del corpo, il libero amore. La donna cercava di scoprire se stessa e nuovi modi di relazionarsi con gli altri, cercava nello studio e nel lavoro autonomia e indipendenza per potere avere un suo spazio e per non essere dipendente in tutto e per tutto dall’uomo. Oggi c’è stata una involuzione. La donna si è trasformata, è caduta nella trappola del mercato. La libertà sessuale è diventata mercificazione, la bellezza che negli anni 70 ambiva a diventare un discorso di personalità, un discorso congiunto, spirito e corpo, oggi è confinata all’interno del perimetro di pelle che noi abbiamo. C’è una smania ai modelli estetici che a quei tempi era saltato. C’è stato sì il fenomeno Twiggy, l’estrema magrezza, ma non aveva provocato socialmente il delirio che c’è oggi e che c’è stato negli anni successivi sull’anoressia, sulla sofferenza psicologica e fisica che derivavano dal volersi conformare a tutti i costi ad un modello. Gli anni ‘70 sono stati anni di estrema libertà anche dai modelli, per cui sia le donne cicciotte che quelle magre erano entrambe belle perché i riferimenti non erano stereotipati. I fenomeni televisivi non ponevano una questione di accesso sociale. Oggi conformarsi ad un modello è invece diventata la chiave di ingresso, altrimenti si rimane fuori, si resta confinati in un angoletto, sia nel lavoro che nel sociale. La tragicità di tutto questo è che la donna non ha saputo reagire per affermare la libertà dai modelli.

CB – “Il Corpo Delle Donne” è  il titolo di un documentario realizzato da Lorella Zanardo sull’uso del corpo della donna in tv. Perché, secondo Lei, si è arrivati ad una vera mercificazione del corpo delle donne? Cosa può fare una donna per superare questo triste modello?

AF – Nel mio lavoro di fotografia con Gerald (ndr Gerald Bruneau) ho incontrato donne eccelse, di grandissimo valore nella ricerca scientifica, nella letteratura, nella politica, nell’impegno sociale e nella cultura che non vengono mai menzionate, mai valorizzate e mi chiedo come mai le ragazzine oggi pensano che l’unico modo per farsi valere nella vita sia quello di rincorrere il letto di qualche politico, di qualche industriale. Quella  intrapresa, oggi, da alcune donne è una strada facile, ma breve e rischiosissima, in cui c’è una concorrenza spietata, in cui le donne, una volta bruciate, non sanno più cosa fare della propria vita perché non hanno pensato di costruirsi un futuro, un’alternativa . Ma non è solo il solito discorso sulla bellezza che sfiorisce, è un  discorso di consumismo.
Le donne dovrebbero non avere paura di restare fuori, dovrebbero costruire altrove. È come il discorso delle piccole imprese che lavorano sull’energia alternativa e la diffondono all’interno del tessuto produttivo creando delle realtà che possono domani sostituire quella che è la grande distribuzione dell’energia. Le donne dovrebbero avere il coraggio non di sfondare quel modello, perché le cose non si sfondano muro contro muro, con uno scontro/incontro frontale, ma di scalzarlo piano piano dai lati creando delle realtà di relazioni umane e lavorative in luoghi in cui questo modello mercificato non vale, ma valgono altri criteri con cui la donna viene valutata e quindi valorizzata. Le battaglie moraliste e di principio sono inutili. I mutamenti culturali, per essere efficaci, debbono essere molto radicati nella società e molto disseminati sul territorio. La donna dovrebbe intraprendere un lavoro interiore e diffonderlo gradualmente in spazi sempre più ampi anche attraverso il dialogo con gli uomini.

CB -Lei oggi è una fotografa. Se potesse scegliere di raccontare la Sua vita in 5 scatti cosa vedremmo nelle Sue foto?

AF – Uno scatto potrebbe essere la casa dei miei nonni in Sicilia mentre mia zia suona il pianoforte ed io me ne sto con l’aria sognante che guardo fuori dalla finestra gli alberi, la collina. Questo scatto rappresenta i sogni che ho sempre avuto e il mio amore per la musica. Nel secondo scatto c’è la valigetta di colori che portavo con me, anche in clandestinità. Pensavo sempre ai colori. Avevo poco tempo e poche  occasioni per usarli, ma la valigetta era come volermi tenere lo spazio di Adriana che non era soltanto una donna politica che voleva cambiare il mondo, ma era anche una donna che amava dipingere, a cui non bastava la militanza perché tagliava fuori troppo di se stessa. Nel terzo scatto c’è Villa Sperlinga a Palermo con i miei fratelli, con mia madre e con mio padre, al quale ero molto legata, morto nel 1968.  Mio padre era mutilato, aveva perso una gamba in guerra ed io ho in mente uno scatto in cui ci sono io in piedi su un gradino più alto e lui che appoggia la sua mano alla mia spalla come fosse il suo bastone. In un altro scatto ci sono io con le mani congelate che distribuisco volantini davanti ad una fabbrica. Quella è una dura realtà, non un sogno, oppure io che scappo ad una manifestazione, non so bene quale scegliere tra i due scatti, sono i primi shock. Poi c’è l’ingresso in politica e poi le foto di mia figlia piccolina, altra tappa fondamentale nella mia vita.

CB – C’è un film o un libro al quale è legata, perché sembra che parli di Lei o di parte di Lei?

In quasi tutti i libri c’è una parte di noi. Ad alcuni sono particolarmente legata non perché penso che parlino in maniera più aderente al mio sentire e al mio modo di essere, ma perché li trovo particolarmente belli. I libri di Garcia Marquez, per esempio, hanno una poesia dentro, un continuo sconfinare tra realtà e magia, verità e fantasia, oggettività immaginifica, ed esprimono la soggettività dello sguardo che secondo me è una cosa che ti tocca delle corde, ecco, quello che io chiedo ad un libro è che mi tocchi delle corde emozionali. Poi ci sono altri libri in cui ci sono delle battute che mi attraggono fortemente: “L’uomo senza qualità” di Musil, per esempio, in cui c’è Ulrich che si definisce “Un dilettante dai molti talenti”. Lo cito sempre perché, ironizzando su me stessa,  dico di essere una dilettante dai molti talenti.  Il talento che sento a me più congeniale è il talento artistico. Io da ragazza dipingevo e credo che il mondo possa essere cambiato anche con l’arte. Adoro, poi, una citazione di Vittorini, mio conterraneo, il quale ha detto che “la politica fa la cronaca, l’arte fa la storia”. I grandi mutamenti sono quelli culturali in cui cambia il punto di vista sulle cose che deve, necessariamente, essere staccato dalla contingenza, dalla quotidianità dei problemi. Per mutare, cioè, per dare un punto di vista diverso sulla realtà bisogna guardarla volandoci sopra, senza lo sguardo di chi è impelagato quotidianamente nei problemi più urgenti. Pur restando, questa, una affermazione provocatoria io credo che la cultura abbia un ruolo fondamentale nelle trasformazioni…non nella “salvezza”. Io non credo nella salvezza.