L’esperienza di una cena showcooking alla Boscolo Etoile Academy.

Non si può dire di aver passato un weekend alla Boscolo Etoile Academy di Tuscania senza corsi di cucina, ça va sans dire, ma soprattutto senza aver partecipato ad una cena showcooking.

Noi a dirla tutta abbiamo partecipato ad un pranzo, ma l’orario non è di certo un problema. Dopo una mattinata passata a confezionare dolci e biscotti di ogni sorta, ci siamo trasferiti nella sala dedicata allo showcooking. Un tavolo lungo, degli sgabelli, un arredamento elegantemente essenziale, il tutto a fare da cornice ad una cucina full optional, che si mostra a chi partecipa a questa esperienza culinaria davvero da provare.
È il direttore della Scuola, Giuseppe Falanga, che cucina per noi. Attorno a lui, una equipe di giovani allievi e di cuochi dell’Etoile. Ci accomodiamo e mentre accade tutto sotto ai nostri occhi, lo Chef illustra e spiega i suoi piatti, ne chiarisce le scelte degli abbinamenti e le tipologie di cottura.
È così che assaggiamo piatti insoliti, che inizialmente potrebbero addirittura risultare banali, ma che in bocca sprigionano tutti i loro aromi, giustificando ogni ingrediente, anche quello che agli occhi di un profano può sembrare ininfluente. Sandwich di gamberone su insalata di lenticchie e arance, tagliata di tonno con mix di verdure, medaglione di gambero con guanciale e filetto di branzino su vellutata di cannellini. Ma la vera soddisfazione, per noi, sta nel dulcis in fundo. Le nostre fatiche del corso di cucina sono diventate la chiusura dello showcooking! Meringata con panna montata e coulis di fragole al pepe verde, macaron con ganache al cioccolato, tortino margherita con crema inglese. Miam!

Le teste sono tante, le bocche pure. Per questo abbiamo deciso di dare, ognuna di noi, il proprio parere su questa esperienza così nuova e piacevole.

Teresa. La cosa più incredibile, a parte quel pepe giapponese di cui ho parlato anche nell’introduzione, è stata la sensazione che si prova ad assistere ad uno showcooking. Meglio di un massaggio, meglio di una nuotata. Non solo si soddisfa il gusto, ma tutti gli altri sensi. Si capisce, nel limite del possibile, quali sono le scelte e i passaggi che permettono di confezionare un piatto. E, soprattutto, svanisce quella dannata sensazione di quando si è al ristorante e si ha fame: mangiare ogni briciola di pane, guardare minacciosi in direzione della cucina. Quel tempo “perso”, quell’attesa snervante si trasforma in soddisfazione sia visiva che di apprendimento. Ero così rilassata che non mi sono nemmeno accorta che mi hanno cambiato le posate.

Marta. Se ha ragione Ludwig Feuerbach quando sentenzia che “siamo quello che mangiamo”, io sono diventata un’artista. C’è un vetro basso a dividerci dallo chef, come quello che separa i carcerati dalle consorti. Anche il mio umore corrisponde: stupore attonito di chi pensa tra sè e sè come ha fatto quello che mi sembra solo un uomo, una persona uguale a me, a fare qualcosa di totalmente fuori dal comune. A differire è l’oggetto, non un delitto né un furto, ma un’opera d’arte che prende vita dinanzi ai tuoi occhi come quando osservi nascere un’istallazione. La cucina è un’arte nel linguaggio comune, eppure i critici d’arte non ne parlano. Strano, perché ho davanti questi piatti e mi pare che abbiano una peculiarità: convogliare tutti i sensi. Collegare tutti i sensi e soddisfarli finché non lo sai più che cosa è il gusto, che cosa è il tatto, che cosa è l’olfatto. Una sensazione completa e confusa di bellezza. Ci riescono i piatti a riassumere tutta la storia dell’arte. Dalla grazia delle mani che si muovono nell’unico modo che possono, come in una danza, alla più perfetta composizione che ha bisogno di cura, di posa, di tempo, di attese…E noi spettatori, che al solito siamo qui, dall’altra parte, rapiti come sempre dall’incanto di una perfezione che non riusciamo a penetrare.

Alessia. Devo essere sincera, questo è stato l’unico momento in cui forse ho odiato il fatto di dover tenere in mano la macchina fotografica, per documentare il momento. Teresa, Marta e Viola erano completamente su un altro pianeta, rapite dalla gestualità di Giuseppe Falanga e dai profumi sprigionati da un uso sapiente e particolare delle spezie: oltre al pepe giapponese più volte nominato, io ricordo la lavanda, che era presente su tutti i piatti, un preludio a quello che ci avrebbe aspettato nel pomeriggio e che abbiamo raccontato qui. Ci tornerò a Tuscania, magari proprio in occasione di una cena con lo Chef: vorrei regalare quest’esperienza alle persone che possono apprezzare un tale momento di creatività, gusto e bellezza.

In fin dei conti, diventare protagoniste e protagonisti di questa esperienza indimenticabile è davvero alla portata di tutti: basta contattare il Boscolo Hotel e recarsi a Tuscania anche solo per un breve weekend. Per noi è stata la fuga perfetta dalla quotidianità, un momento che ci ha regalato emozioni intense e inaspettate. E per voi?

Foto di Alessia Marchioro.