di George Stevens

Fa caldo. O meglio sarete anche voi appena rientrati da splendide spiagge, assolate sì, ma col miraggio tangibile di un’oasi d’acqua cristallina in cui refrigerare i pensieri. Siamo qui adesso invece, dinnanzi ai nostri roventi computer, vittime sacrificali dell’aria condizionata che assegna compiaciuta raffreddori e rende bollente l’aria settembrina dinanzi ai negozi. La sera avete soltanto due appuntamenti: quello col doposole al quale vi aggrappate come a un santo Graal per rallentare l’inesorabile desquamazione della vostra pelle che tende già all’animalier, e quello, immancabile, con le zanzare, che vi aspettano al varco, annidate nei sottovasi dei vostri gerani e dalle quali ormai vi lasciate pigramente consumare, hanno vinto loro, sono milioni.

Non c’è niente che voi possiate fare per allentare lo stress da rientro. Solo piccoli palliativi, distrazioni, placebo: una fetta di cocomero e Mr. Montgomery Clift.

Cosa c’è di meglio mentre siete oggetto di esperimenti culinari da parte delle zanzare che inserire nel dvd “Un posto al sole” (mi raccomando non sbagliate, George Stevens, 1951, 6 premi Oscar, non la soap, quella potrebbe darvi il colpo di grazia!), filmone con protagonisti due fra i più bei esseri che la specie umana abbia prodotto: Elizabeth Taylor e lui, Monty.

Drammone sentimentale e deliziosamente noir di quelli che non se ne fanno più, “Un posto al sole” racconta la scalata sociale di un giovane senza scrupoli (Clift) alla conquista di una ricca ereditiera (Taylor) compiuta a spese di una giovane (e incinta) ragazzetta di provincia.

L’interpretazione di Clift e il suo talento naturale per la recitazione vedono finire lo spettatore col parteggiare con un personaggio del tutto negativo, tuttavia tormentato dai rimorsi, indeciso tra il bene e il male, malinconico e perduto in se stesso, quasi predestinato ad una vita tragica di cui, in fondo, si percepisce l’ingiustizia.

Se si conosce la vita di Montgomery poi, non si può che ogni volta piangere per lui e per quei personaggi che così tanto lo rispecchiavano, tirati fuori, spremuti dall’interno, dal fondo nero di quegli occhi incredibilmente azzurri e senza speranza.

Bisogna ricordarlo quest’uomo di indecente bellezza ma schiaffeggiato dalla vita, per il quale il successo nulla ha potuto, e anzi l’ha corrotto dandogli un colpetto sulla schiena quando si trovava sul ciglio di un abisso, definitivamente dannato, e solo.

Montgomery Clift il mito, gli autografi, le cartoline, le grandi produzioni, montagne di sceneggiature sulle scale del suo bell’appartamento vittoriano, le donne svenivano, gli uomini lo invidiavano.

Ma è solo in tutto quell’oro è solo e beve, fiumi di alcool, recita con lo strazio nel cuore, recita barcollando e poi si piglia una malattia tropicale in un viaggio, alcol e farmaci, montagne di pillole nelle tasche delle giacche sartoriali.

Ha macchine sportive e corre in macchina, corre a fari spenti nella notte per vedere se è così difficile morire ed in effetti se fosse morto quella notte sarebbe stato più facile, l’avrebbero ricordato con quel viso perfetto, l’avrebbero assunto tra gli angeli, se ci sono.

Invece no, non muore Monty, la vita gli toglie tutto quello che gli ha dato, si accanisce sul suo volto, lo deforma a colpi di lamiera. Si frattura la mandibola, dei nervi vengono recisi e si sveglia con una faccia diversa, bella sì, ma leggermente diversa per tutti quelli che lo conoscevano, come la differenza che passa tra un ghigno e un sorriso.

Non lo vogliono più, perché non vende più come prima e Hollywood è crudele e divora i suoi figli, ha sempre un motivo per criticare, era troppo bello, non poteva saper anche recitare, ora che è brutto non lo vogliono più perché ha bisogno di troppo trucco, è finto, il suo volto è fisso, prima sì che sapeva recitare. Che scherzo del destino. Il suo viso come quello del quadro di Dorian Gray, adesso sì che è vicino alla sua essenza, alla sua anima perduta e violenta, drogata e tragica. Ma la gente vuole il contrasto, il fondo nero dei suoi occhi blu.

Qualcuno gli darà ancora un’opportunità ma è una strada segnata la sua: girerà un film maledetto, Gli spostati, ci sono con lui Marylin Monroe, al suo ultimo film prima di morire, gonfia di pillole e d’alcol e Clark Gable, che verrà stroncato da un infarto, subito dopo la fine delle riprese. Si saranno guardati come in uno specchio quei tre. “Sono il prossimo” dice Monty, ma dovrà ancora soffrire, una vita d’agonia, un Oscar che non arriva e se lo sarebbe meritato perché aveva fatto Freud, e aveva usato la sua vera faccia, quella paralizzata e schiaffeggiata dalla vita. Morirà a quarantacinque anni dimostrandone sessanta. Lo so volevo tirarvi su di morale e non ci sono riuscita, non vi resta che guardarvi il film, gli occhi di Monty fanno dimenticare ogni cosa. Avevo voglia di ricordarlo, io e i Clash!

I see a car smashed at night/cut the applause and dim the light/Monty’s face is broken on a wheel/Is he alive? Can he still feel? /Everybody say, “Is he all right?”/And everybody say, “What’s he like?”/Everybody say, “He sure look funny.”/That’s…Montgomery Clift, honey!