Il New Museum è stato inaugurato nel 2007.

E’ diventato all’istante un punto di riferimento per New York, non soltanto per le esibizioni di arte contemporanea proposte ma anche per la sua stessa struttura, che ne definisce sia ovviamente l’aspetto esterno che, meno comunemente, l’esperienza all’interno. L’edificio infatti – lavoro dei giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa – si sviluppa verticalmente in un insieme di sette “scatole” rettangolari ricoperte di maglia di alluminio (e dovreste vedere l’effetto che fanno al tramonto), appoggiate una sull’altra ma sfalsate rispetto a un asse, il blocco di scale e ascensori. Questo fa sì che durante il percorso per visitare le varie sale (cioè le scatole, all’interno prive di muri o divisori) all’apertura delle porte dell’ascensore l’impatto dei volumi che ci si trova davanti sia ogni volta inaspettatamente diverso.

Ma quello che nel sentito comune ne ha definito l’ascesa a icona della città era la scultura che campeggiava sulla facciata, quell’Hell Yes arcobalenato, opera di Ugo Rondinone, ormai parte imprescindibile de panorama della Bowery e quasi “porta d’accesso” al Lower East Side, riconosciuto e amato da tutti e protagonista incontrastato delle Hipstaprints dei turisti del mondo tutto.

Ciò che molti però non sapevano è che l’installazione era temporanea e, hell no!, dopo tre ani ora chi risale da Prince St. verso il museo si trova davanti a qualcosa di un po’ diverso: una rosa alta otto metri e mezzo di acciaio, alluminio e smalto, spine e tutto, della tedesca Isa Genzken. Io il mio trauma l’ho già avuto, anche se il risultato non mi dispiace. Ora resta da vedere cosa ne penseranno i newyorkesi.