Everything-Everything

Everything Everything.

Questa settimana è andata un po’ così, dove così sta per: ho ascoltato tanta musica da stare quasi male perché almeno non si pensa e non ci si perde in torture mentali inutili. Così sta anche per: mi sono messa ad incuriosirmi di un po’ di roba nuova. Gli Everything Everything li osservo con la coda dell’occhio da un annetto ma non ci avevo mai dato peso, perché fondamentalmente mi fido delle mie prime impressioni e perché sono pigra quindi è difficile che mi metta con un certo impegno a riconsiderare una band/un artista dopo un iniziale scarto. Beh, stavolta no, ed è successo nel peggiore dei modi: guardando la tv. Quel programma pomeridiano sedicente rock di quel canale musicale – sento da lontano (si dà il caso lavorassi nel frattempo) un falsetto che onestamente mi imbarazza. Mi imbarazzo sempre quando sento falsetti maschili seri. Comunque, dicevamo, come se non bastasse proprio mentre penso “chi saranno?”, “come si chiamerà questa canzone?”, mi appare un ancora più confuso titolo “MY KZ, UR BF”. Bene. Ah, ma sono gli Everything Everything, quelli là? Tagliando corto, finisce che mi piacciono e ve ne parlo.

Everything-Everything

Sono giovani, inglesi, bla bla bla, in un qualche modo c’entra Will Street (amico di questi) e, si sa come vanno queste cose, arriva un contratto con la Young & Lost Club, affiliata a Chess Club Records (di proprietà di 2/3 della gente citata sopra) che è ovunque, ma non sulla carta, figlia di Polydor e nipote di Universal Records. Sono bravi e belli quindi loro i video se li girano da soli, cavandosela per niente male e sfornano a fine estate 2010 il disco di debutto: Man Alive, con Geffen Records. Dodici tracce per quasi un’ora di durata (ci si stava quasi disabituando ai dischi così lunghi). Che dire, dopo ripetuti ascolti devo ancora inquadrarli, non che la cosa mi stia particolarmente simpatica. I ragazzi di Manchester mettono molta carne al fuoco, che però a momenti assume forme più chiare, infatti l’intento loro probabilmente è proprio questo: appurato che musicalmente non c’è più niente da inventare, i riff sono già stati tutti suonati e le migliori canzoni d’amore già state scritte, perché non prendere un po’ di tutto e mescolarlo a fuoco lento? Vabbè, sì, è pop, poppissimo, ma è doveroso riconoscere che nella poca originalità dell’opera c’è del buono e fatto bene e soprattutto è positivo che l’ascoltatore venga spiazzato da cose tipo il falsetto (imposto dall’inizio alla fine), piuttosto che dai coretti improbabili, o dalle melodie sovrapposte, o semplicemente dal non capire che genere sia. Le classificazioni magari lasciamole a chi dice di saperne di più.