Richmond

Mai come a Richmond il nome è una garanzia. Mai come qui il toponimo è descrittivo. “Rich”, in senso estetico e, più profanamente, economico. “Mond”, ossia “mound”, “hill”, su cui in effetti si erge l’omonimo villaggio, che poi degrada soave verso le rive del Tamigi. Ma volendo scherzare con un inglese maccheronico, anche “mondo”, nelle due accezioni di “pulito” e di “mondanità”. Lasciandosi preventivamente incantare da tutte queste parole, ci si mette in viaggio verso questo quartiere sudoccidentale della grande metropoli, in un giorno di sole, magari con in borsa un libro di poesie (fidatevi).

Dalla stazione metro o da quella degli autobus si può fare un giro per le stradine e i negozi del delizioso borgo, ma irrinunciabile è dirigersi verso il lungofiume prima che venga il tramonto. I terrazzamenti del Riverfront sono la parte più bella e più nota di Richmond: qui trovate i caffè e i ristoranti, i giardini curati e le papere da fotografare.

Incamminandosi poi lungo il sentiero che segue la corrente, ci si allontana man mano dal brusio e quasi dalla città. La natura diviene pian piano più selvaggia e, specie d’inverno, i negozi chiusi e l’imbarcadero silenzioso conferiscono al luogo un sapore di surreale romanticismo.

Sembra di essere a miglia da Londra, o ad anni luce dal ventunesimo secolo, quasi protagonisti di un pellegrinaggio medievale con bastone e bisaccia in spalla.

Ci sediamo su una delle panchine che fiancheggiano il sentiero (ognuna donata e dedicata da un passato frequentatore di queste rive), e finalmente apriamo il nostro libro di poesie (ve lo avevo detto). “Rich”, “mond”. Le parole sono goielli che raccontano il mondo.