Tuttissanti_Cosebelle_01

Il popolo due sole cose arditamente desidera: panem et circenses.  Rifletteva Giovenale in uno spicchio di passato sulla natura umana e dello Stato, concludendo che l’ordine e il consenso si mantenesse attraverso l’elargizione di beni materiali, come il frumento, ma ancor di più sedando le masse con riti collettivi che ne anestetizzassero le menti e i picchi d’aggressività. Esplose Nietzsche poi facendo a pezzi il mondo al grido di “Dio è morto” ma così parlò Zarathustra, il mondo ha comunque bisogno di idoli da venerare, coccolare, compatire.

Chi lo dice a Giovenale e a Nietzsche che avevano ragione, che si è avverato tutto e anzi, che lungi dall’evolvere l’uomo ha raccolto i vizi e le debolezze del passato e del presente in un compendio di mostruosità che oggi chiamiamo “reality”? Dio è morto ma la Televisione è viva e vegeta e culla figli deformi nutriti di steroidi e cocaina, li mostra rammendati e imbellettati in uno specchio nel quale noi guardiamo con morbosa curiosità, come voyeur, invidiando e odiando e schernendo milioni di cani ammaestrati senza talento nemmeno per l’anonimato.

Ce lo racconta magistralmente Teresa Ciabatti nel suo Tuttissanti, edito da ilSaggiatore per la collana delle Silerchie, squarciando il velo di Maya dinnanzi al mondo dei Reality Show. Il fenomeno televisivo e culturale è indagato attraverso il duplice sguardo di un collezionista di tronisti e starlette (alla Lele Mora per intenderci) e un aspirante concorrente, tanto bello quanto privo di contenuti.

La realtà non è tanto quella che emerge nei vari talent show che colonizzano le reti nazionali e estere, quanto quell’impasto di malinconia, povertà e solitudine che affligge i nuovi “ragazzi di vita”, i guardanti e i guardati, divisi dal vetro dello schermo ma entrambi stretti nella tenaglia del nulla.

Se, come diceva un altro grande saggio della contemporaneità, Gilles Deleuze, “il cervello è lo schermo”, ciò che oggi trasmette è un triste, obnubilante, volgare Reality Show. Cambiate canale.