© silvia benedet

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Panevin & Co.

Non si sa bene da quando, né perché, ma nelle campagne venete e friulane abbiamo delle tradizioni di inizio anno che prevedono l’uso del fuoco. Pignarûl, seima, panevìn, pìrola, foghèra, casèra, vècia, burioloCi sono tantissimi nomi per indicare la stessa cosa: da Gorizia a Verona, dalla Carnia al mare, la notte del 5 gennaio si bruciano grandi falò, si osserva la direzione del fumo, si canta, si mangia e si beve.

Pare che questa inclinazione alla piromania ci derivi dai Celti, che prevedevano metodi simili per ingraziarsi le divinità. Fatto sta che da un’epoca pre-cristiana ad oggi, il falò della notte dell’Epifania simboleggia l’addio all’anno passato, e un rito propiziatorio per i mesi a venire. Spesso, sulla sommità della catasta, spicca un fantoccio: la vecchia (vècia), aka il caro 2013 che se ne va tra scintille e schioppettii. Canzoni dialettali accompagnano il rito, e non mancano dibattiti sulla direzione che stanno prendendo le faville. Infatti, se fumo e scintille si dirigono ad ovest si prevede un anno ricco ed un raccolto abbondante, mentre nel caso vadano verso est, le maniche vanno rimboccate perché non saranno mesi facili. Credo sia inutile precisare che ogni anno si torna a casa con pareri contrastanti sulla reale direzione, ulteriormente offuscati dal vin brulè.

Ad accompagnare il tutto, il cibo che non dovrebbe mancare in tutte le antologie di street food che spopolano in libreria: la pinza. Come ogni cibo della tradizione contadina, la ricetta varia da paesino a paesino, se non da famiglia a famiglia, ma a grandi linee prevede farina bianca, farina gialla, zucchero, burro, uova, grappa, uvetta e fichi secchi.

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Fora Febraro o Brusa Marso

More Veneto era il capodanno della Serenissima Repubblica, e cadeva il primo di Marzo, in corrispondenza del risveglio primaverile della natura. Questa antica festività negli anni si è intersecata con le tradizione cimbra (i Cimbri sono un popolo d’origine germanica insediatosi in alcune zone del Triveneto: Lessinia, Altopiano di Asiago, Cansiglio, dove ancor’oggi la lingua viene parlata e tracce rimangono nei cognomi) di spaventare l’inverno, per propiziare l’arrivo della bella stagione. Come? Non dando fuoco a qualcosa stavolta, ma facendo casino. Tanto casino.

Si va da ridenti bambini che sbattono lattine e coperchi, a professionisti del petardo che fanno tuonare le colline. Se passate nella pedemontana Berica o dall’Altopiano di Asiago l’ultimo weekend di febbraio, non vi spaventate anche voi. Stiamo solo scacciando il freddo, al suono di botti e di “Fora Febraro che Marso xe qua. Se non ghe marso se smarsirà“.

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Bélin

C’era una volta una vecchietta. Si chiamava Bèlin (“donna straniera”) e aveva un sedere grosso e sempre sporco, “come il fondo di una pentola annerita”. I ragazzi di Sauris (paesino in provincia di Udine che se siete dei buongustai conoscete già per speck e prosciutto) erano costretti a schioccare un bacio a questo sederone come pedaggio, la prima volta che uscivano dalla vallata. Oggi l’ironica leggenda è ripresa nella frazione di Lateis, e la notte del 5 gennaio Saurani e turisti la passano a baciare sederi per le strade.

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