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vista dalla Giudecca verso Venezia | Silvia Benedet

“Skyline”. A me, che non sono né architetto né paesaggista o affini, questa parola fa sempre affiorare alla mente paesaggi freddi e pieni di lucine, un orizzonte di grattacieli scuri come dita protese verso un cielo mai del tutto limpido. C’è invece un posto, un posto defilato ma fiero, sornione e quieto, dove la parola “skyline” mi si spalanca in testa, davanti a un paesaggio rosato, splendido, tanto drammatico da essere quasi commovente. Questo posto è la fondamenta della Giudecca, la lunga costola che si affaccia sull’omonimo canale, fronteggiando le Zattere di Venezia. È un profilo di chiese, cupole, palazzi, ponti e onde che non smetterei mai di fotografare, di guardare, di disegnare, di raccontare a chi non l’ha visto.

La Giudecca è un arcipelago di isole lungo e stretto, a sud di Venezia. Per accedervi, a meno di non possedere un barchino, bisogna prendere il vaporetto. Gli approdi sono tre: le Zitelle (a est), Palanca (al centro) e Sant’Eufemia (a ovest). In realtà, per un giorno all’anno, la terza domenica di Luglio, la Giudecca è collegata a Venezia da un lungo ponte di barche, che va dalla chiesa dello Spirito Santo a Dorsoduro alla Basilica del Redentore, per permettere ai fedeli di recarvisi in processione. La chiesa fu progettata da Palladio e portata a termine da Antonio Da Ponte, per adempiere ad un voto preso dai Veneziani per essere liberati dalla peste nella seconda metà del Cinquecento.

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vista dalla Giudecca verso Venezia | Silvia Benedet

Feste a parte, una passeggiata alla Giudecca è un buon modo per concedersi un po’ di venezianità lontano dalla ressa turistica, senza però essere una soluzione di ripiego. La sua storia variegata la rende interessante come una di quelle belle ragazze un po’ imbronciate e cupe, che se ne stanno in un angolo e chissà quante cose hanno da dire.

Questo stretto arcipelago ha cambiato pelle più volte nel corso dei secoli. È stata luogo di ghettizzazione e di esilio, per delle famiglie cacciate da Venezia, per la prima comunità ebraica, per le ragazze delle famiglie meno abbienti che ricevevano un’educazione presso il convento (le famose “Zitelle” che rimangono nella toponomastica), per le carceri. Già nel ‘500 però, iniziò ad essere considerata luogo di villeggiatura, e sorsero ville con orti e giardini dove d’estate e in autunno solevano trovare ristoro la nobiltà veneziana e gli intellettuali di passaggio.

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L’interno della Casa dei Tre Oci | Silvia Benedet

La rivoluzione industriale ne cambiò ancora geografia e anima, e parte della Giudecca divenne cuore produttore della laguna: con fabbriche, magazzini di stoccaggio e attività artigianali di piccole e medie dimensioni. Alcuni esempi sono le concerie, le fabbriche di liquori, le corderie, le industrie tessili e, a partire dal 1885, il Mulino Stucky, punto di riferimento d’ispirazione mitteleuropea che rimase attivo fino al 1954, e recentemente restaurato.

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L’attuale Spazio Punch, ai tempi in cui era una fabbrica di birra e di liquori | courtesy of Augusto Maurandi

Dopo una fase di declino e marginalizzazione, il recente passato produttivo sta rendendo la Giudecca una meta intrigante per l’archeologia industriale, grazie a recuperi e conversioni di fabbriche ed edifici civili, negli ultimi anni si sta affermando come piccolo centro culturale e creativo.

Un esempio ormai noto ai più è la Casa dei Tre Oci (i “tre oci” sono tre occhi, grandi finestre che si affacciano sul canale e caratterizzano la facciata dell’edificoo) neogotica residenza oggi spazio espositivo dedicato perlopiù alla fotografia, anche sede di corsi e workshop.

In un ex magazzino di stoccaggio di liquori e birra invece, ha trovato sede lo Spazio Punch, associazione che fa ricerca, progetta e realizza mostre, eventi culturali, momenti di incontro, che spaziano tra i temi della grafica, dell’editoria, della moda.

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Le cosebelle del TRIVENETO le trovate qui!

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Spazio Punch | courtesy of Augusto Maurandi