Mi guardo allo specchio, indosso i jeans e una maglia con gli orsi.
Una bellissima maglia bianca, con tante simpatiche facce di orsi disegnati al tratto.
Una maglia che mia madre non vuole che indossi, il mio fidanzato ha classificato come pigiama e una mia amica ha definito “da adolescente”. Adolescente è una parola latina che deriva da adolescens, adolescentis e significa “in via di crescita”, proprio come mi sento io. Se non fosse che ho 36 anni.
Sono strana? Immatura? Fuori sincro?

Ci ho riflettuto e sono arrivata alla conclusione che, come molti trentenni, sono un’adolescente di ritorno. Penso cioè che i 30 stiano ai 40 come i 13-19 stanno ai 20. 
I 20 e i 40 sono età in cui le persone non sono analizzate dalla società come topi da laboratorio. La società non chiede conto della loro vita, non domanda quando faranno dei figli o si sposeranno, non sta loro col fiato sul collo per studio o lavoro. È più indulgente.

Con i trentenni e gli adolescenti, al contrario, è un sergente di ferro che controlla ciò che fanno o non fanno, raggiungono o non raggiungono, pensano o non pensano. Ce l’hai il fidanzato? Vai bene a scuola? Ce l’hai un lavoro? Convivi? Come se non bastasse, trentenni e adolescenti hanno addosso il peso più grande di tutti, quello della “prima volta”. Noi e loro affrontiamo situazioni, problemi, emozioni e matasse che non si sono mai palesati prima e non si ripresenteranno più dopo. Se lo faranno, si saprà come gestirli.

Voglio dire se a 40 anni spunta una ruga, sarà la decima e si tratterà con consumata esperienza. 
Se spunta a 30 è la prima della vita e si passa un giorno allo specchio in preda allo sconforto.
Ugualmente, radersi a 20 è routine ma a 15 è straniante.
Maldestri tagli da rasoio spuntano dove prima c’erano solo brufoli e un miracoloso contorno occhi arriva dove campeggiava un piercing sul sopracciglio. Oh, ragazzi, sono traumi.

Con i trentenni e gli adolescenti la società è un sergente di ferro che controlla ciò che fanno o non fanno, raggiungono o non raggiungono, pensano o non pensano.

Quanto a prime volte, poi, gli adolescenti cominciano con gli alcolici e i trentenni con gli analcolici. Loro sono alle prese con le prime uscite, noi con i primi “stasera sto a casa”. E se per loro è: “stasera esci?” “certo, è sabato sera” “piove” “tanto andiamo al cinema” “e non puoi vedere la tv sul divano?”. Per noi è: “stasera non esco” “ma è sabato sera” “piove” “tanto andiamo al cinema” “preferisco vedere la tv sul divano”.

Gli adolescenti hanno l’ansia di avere il 2 come prima cifra degli anni, noi trentenni quella di non averlo più.
Un giorno ti svegli e hai 20 anni e magari puoi andare a studiare in un’altra città, lontano centinaia di km dai tuoi, dove trovi finalmente indipendenza, libertà ed emancipazione.
Poi ti svegli di nuovo e questa volta sulla torta di compleanno campeggia un 30. Magari sei in un’altra città, a centinaia di km dai tuoi, dove volevi trovare l’indipendenza e invece hai un contratto a progetto.
Libertà ed emancipazione, certo. Ma non dimenticarti di fare uno squillo a tua madre quando rientri in casa la sera.

I teenager hanno la prima paghetta, i trentenni il primo mutuo.
Loro hanno l’ansia delle prime interrogazioni, noi dei primi colloqui.
Loro partecipano ai primi diciottesimi, noi ai primi matrimoni.
Per altro, avete notato che in entrambi i casi basta che uno inizi e tutti gli altri seguono a ruota?

Loro stanno per spiccare il volo, noi siamo alla ricerca di un nido. Di cui, in genere, paghiamo l’affitto alla fine del mese.

Nessuno, più di adolescenti e trentenni, è marcato stretto da genitori e società con le loro attenzioni, preoccupazioni e regole. Nessuno, più di adolescenti e trentenni, a quelle regole è insofferente.

Del resto, una regola tende a segnare dei confini da non oltrepassare, a definire e recintare e mi domando se si possa recintare qualcosa che è fluido, plasmabile, in crescita, a 16 anni come a 36.
Così, tra la società che mi chiede un figlio, i parenti che vogliono le partecipazioni, il padrone di casa che mi fa un’offerta di vendita e i miei che mi considerano una quasi quarantenne, io dalle regole mi nascondo.
Un momento, un’ora, un giorno.
Il tempo di sfuggire alla vita che corre, di sollevarmi da qualche responsabilità.
Il tempo di dire “non chiedete a me, non guardate me, non contate su di me”.

Il tempo, insomma, di indossare una maglia bianca, con tante simpatiche facce di orsi disegnate al tratto.

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Testo di Elena Cappelletti

Illustrazione di Marta Bi