Transizioni identitarie di Giulia Longo è una riflessione fotografica intima e personale che risponde all’urgenza dell’artista di definire un’identità pluriforme, sfuggente, come quella del mondo

“Délice de se perdre dans l’image pressentie.
Je me suis levée de mon cadavre,
je suis partie en quête de qui je suis.
Pèlerin de moi-même,
je suis allée vers celle qui dort dans un pays au vent.”
A. Pizarnik

Giulia Longo, giovane artista pugliese, studia Fotografia all’Accademia delle Belle Arti di Versailles. Torna in Italia con ‘Transizioni identitarie’: una mostra fotografica curata da Gilberto Maltinti in esposizione presso lo spazio ‘Parioli Fotografia’ dal 13 ottobre al 10 dicembre. Un’indagine emotiva e onesta su una certa “quotidianità interiore”. L’artista definisce il suo linguaggio attraverso l’auto rappresentazione.

L’immagine acquista significati esistenziali quanto indefiniti, pronti a diventare qualcosa-di-altro. Gli scatti di Longo cercano di catturare un’identità sfuggente, di bloccare una realtà che scivola velocemente. Immobilizzare il continuo divenire dell’Io, dell’ambiente in cui esso è immerso, ricercandolo fino a dimenticare il punto di partenza. Le inarrestabili, indicibili, attive contaminazioni dell’inconscio infatti lasciano le foto di Giulia Longo sfocate, come fossero quadri senza cornici.
Istantanee di vita frastagliate, composizioni pensate e raffinate; autoscatti che tentano di delimitare i confini sfumati di un’identità ancora acerba. Auto rappresentarsi significa aprirsi a ciò che altrimenti rimarrebbe estraneo.

“Ho imparato ad amare queste contrade deserte e nel silenzio che le avvolge ho intravisto delle possibili risposte”, scrive Giulia Longo

 

Un viaggio fotografico composto da tre tappe, tre declinazioni. “Je es moi”, la prima, è uno studio sul corpo dell’artista strutturato in una serie di autoscatti e poesie, inseparabili gli uni degli altri. Mentre in “Il/elle” l’artista instaura un dialogo tra la propria presenza (dietro l’obiettivo) e il corpo dell’altro. L’ultima parte della ricerca si chiama “Mon pays” e si dedica all’esplorazione del territorio. Luoghi familiari che l’artista torna a guardare dopo anni di lontananza. Spazi che si colorano di nuova luce. “Avevo paura che non avrei potuto più fotografare gli altri con la stessa intensità con cui fotografavo me stessa”, ci spiega Longo quando andiamo a visitare la mostra.

Ho esplorato l’altro, e poi il paesaggio. Ho girato le mie campagne e mi fermavo nei luoghi che mi colpivano.

Giulia Longo non aveva più voglia di fotografarsi e non riusciva più a fotografare. Fotografare deve essere sempre uno shock. Non è tanto importante cosa si fotografa ma l’emozione che si prova mentre lo si fa, insegna Anders Petersen, fotografo svedese da cui Longo trae grande ispirazione.

Ridefinirsi scoprendo la propria terra: è questo il nucleo di una transizione ancora in atto. Il corpo, l’anima, i pensieri, il bisogno di analisi personale dell’artista sono sufficienti in un primo momento. Poi accade qualcosa, un momento critico, una rottura funzionale che allarga il campo di ricerca: arriva la voglia di accogliere l’altro e poi il luogo.

Paesaggi senza mappa e volti senza nome. Anche il corpo di Giulia potrebbe essere un corpo qualunque, un archetipo. Luoghi di passaggio della cosiddetta transumanza: cascine e masserie deserte ma anche objets trouvés, resti di una cantina del secondo dopoguerra, soggettive di un universo interiore, ingenue contemplazioni di un Io alla riconquista di un tempo dilatato con l’utilizzo di una pellicola 12 iso, la cui bassissima sensibilità regala immagini stranianti e oniriche.

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Dove&Quando: Transizioni identitarie curata da Gilberto Maltinti è in esposizione presso lo spazio ‘Parioli Fotografia’ dal 13 ottobre al 10 dicembre.