Ogni percorso è soggettivo.

Ad esempio quello per andare in palestra, che le mappe giurano essere di soli 293 metri da casa mia, ma che, ve lo giuro, quando varco la porta si trasforma in un’interminabile salita lunga centinaia di chilometri.

Oppure come questo intricato reticolo:

che, scopriamo, è semplicemente il tragitto compiuto durante la costruzione del letto di casa (per poi, inevitabilmente, scoprire che ne manca un pezzo).

Sceglie di raccontarsi così, Elliott Burford, graphic designer, illustratore e musicista australiano trapiantato a New York (ma è passato anche per l’Italia, nel laboratorio di Benetton a Treviso, Fabrica).

Elliott ci mostra la sua storia da lontano, come un satellite gps, ma allo stesso tempo da vicino, non nello spazio ma nell’intimità, e attraverso questi disegni a mano racconta di tragitti personali che sembrano scarabocchi ma che, se osservati con attenzione, svelano un po’ tutto quello che dei nostri percorsi quotidiani c’è da sapere.

Il progetto si chiama Trajectory e, come tutti i buoni progetti, parte da un’idea semplicissima che può essere declinata all’infinito, anche da noi. Un bell’esercizio creativo da ripetere, un diario ironico ma anche ricco di sensibilità per raccontare con un tratto tutto quello che c’è in un addio all’aeroporto o in un’interminabile ricerca tra i banchi del supermercato.

O in un percorso per andare in palestra. Perché, ve lo assicuro, le mappe standard mentono quasi sempre. Meglio affidarsi a quelle del cuore.