Che cos’è la memoria, a cosa servono le storie, da dove nasce questa insopprimibile necessità dell’animo umano di preservare i ricordi dall’oblio, di raccontare e raccontarsi – di fare argine contro la muraglia inesorabile del tempo, contro la paura della morte. Domande a cui è impossibile sottrarsi visitando Pieve Santo Stefano: questo piccolo borgo in provincia di Arezzo, incastrato tra Toscana, Umbria e Romagna, dal 1984 è diventato la Città del Diario e non si tratta solo un titolo.

La Città del Diario [Photo Credits: Fondazione Archivio Diaristico Nazionale]

Qui l’Archivio dei Diari, fondato dal giornalista Saverio Tutino, raccoglie circa 7mila testimonianze autobiografiche arrivate da tutto il mondo: sono diari, lettere, taccuini, spesso ritrovati nelle soffitte o in fondo ai bauli, veri messaggi in bottiglia di mondi che non esistono più ma anche memorie attualissime dei nostri anni. Dagli emigrati chiamati ad abitare le nuove terre delle bonifiche fasciste ai giovanissimi caduti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, dal conflitto dimenticato dei Balcani ai missionari in Cina, nei diari di Pieve Santo Stefano è la grande Storia che emerge tra le righe delle vite della gente comune.

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Alcuni dei diari e delle lettere raccolti a Pieve Santo Stefano [Photo Credits:
Fondazione Archivio Diaristico Nazionale]

Il simbolo del piccolo miracolo di Pieve è l’opera di Clelia Marchi, che si può ammirare per intero nel Piccolo Museo del Diario. Clelia è una contadina del mantovano di 72 anni che nel 1986 si presenta all’Archivio per consegnare la sua intera vita, scritta di getto su un lenzuolo a due piazze del suo corredo di ragazza, largo più di due metri.
Il risultato è sorprendente, colpisce dritto al cuore: è “la storia delle gente della sua terra, dai lavori agricoli agli affetti”, è la storia del grande amore per il marito Anteo, di un’esistenza semplice trascorsa nei campi, degli affanni e delle gioie, della dignità e del lutto.

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Clelia Marchi con il lenzuolo su cui scrisse la sua vita [Photo Credits: Fondazione Archivio Diaristico Nazionale]

Entrare nelle stanze della memoria di Pieve Santo Stefano è un’esperienza toccante, una lezione sulla caducità dell’essere umano ma anche sulla tenacia della speranza, sulla persistenza con cui ci adoperiamo per mettere su carta e ricordare, per dirci che niente è scorso via invano, che tutto infine ha trovato un suo senso, una sua collocazione, un suo fine invisibile che si tende come un filo attraverso gli anni e i secoli.

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Un dettaglio del lenzuolo di Clelia, con le righe numerate [Photo Credits: Fondazione Archivio Diaristico Nazionale]

Il momento migliore per visitare l’Archivio è a settembre, quando si tiene il Premio Pieve, che ogni anno viene assegnato a una delle memorie autobiografiche e anima il paese con spettacoli, mostre speciali e grandi ospiti, come Nanni Moretti o Vinicio Capossela, che ha donato un suo taccuino di viaggi all’Archivio. Per informazioni: http://archiviodiari.org


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