Ci sono due vie per vivere la vita: la natura e la grazia

The tree of life ma anche the “three” of life ovvero le grandi triadi della vita: l’uomo, la natura e dio. Ma anche il Padre (Brad Pitt), il figlio (Sean Penn) e lo Spirito Santo (sempre Dio). Avete già le idee confuse?Beh preparatevi, perchè quasto non è uno di quei film d’intrattenimento da sorbirsi con l’occhio mezzo chiuso e la bavetta alla bocca. Se dovete dormire, fatelo subito e non se ne parli più. Per chi ha gli occhi ben aperti invece alla bellezza e all’incanto, ecco, questi sono i vostri 138 minuti di gloria.

Terence Malick è laureato in filosofia e si vede. E’ pure figlio di nestoriani e, tranquilli, si vede anche questo. Un diffuso senso del sacro aleggia infatti in tutte le sue pellicole, poche per la verità, come si conviene a uno che riflette molto prima di agire e mira, sempre, alla perfezione. I suoi non sono solo film, sono trattati, compendi di filosofia e teologia, dialoghi con Dio e con Darwin, resi sotto forma di immagine invece che di parola.

Non c’è da stupirsi che la critica abbia osannato questa pellicola, premiandola con la più alta onoreficenza durante lo scorso Festival di Cannes. Non c’è da stupirsi nemmeno che il pubblico sia rimasto, al contrario, piuttosto freddino. The tree of life è un film difficile e non vuole essere per tutti. The tree of life infatti non è un film, è Cinema. Cinema d’autore colto, che lo devi vedere più volte per dipanare la matassa di emozioni che solleva. Che quelli che parlano di ritmo in un film farebbero meglio a non guardare, perchè uscirebbero dalla sala con un enorme punto interrogativo stampato sulla fronte, gridando allo scandalo del “non si capisce una mazza”, e proponendosi di cancellare il proprio senso di inadeguatezza con un bel cinepanettone.

Scusate l’invettiva, ma a me questo film mi ha fatto qualcosa. Che mi hai fatto Malick e perchè? Sarà che pure io sono laureata in filosofia e tutte quelle domande cantate da una soave voce femminile fuori campo combaciano perfettamente col mio dialogo interiore. Domande a Dio, domande senza risposta, domande su un mistero che mai sarà svelato, tutti i nostri perchè lanciati al vento e tuttavia, seppure inesauditi, non smettiamo, non smettiamo di credere che una risposta ci sia e prima o poi verrà rivelata.

Malick ci prova a darsi una risposta. Ci sono due vie: quella della natura, brutale, la natura prende, la natura è egoista e non guarda al dolore degli uomini. E poi quella della grazia. Se possiedi la Grazia sarai presente a te stesso e il dolore ti ricongiungerà col mondo, perchè saprai che niente è eterno e niente dura. Se possiedi la Grazia possiedi il mondo, perchè hai la bellezza negli occhi, l’incanto. Chi ha la Grazia è sempre innocente come un bambino strappato a sua madre. Una madre che tace ma è forza, coraggio, spirito, più di un padre padrone che schiaccia, in fondo nient’altro che se stesso, il sangue del suo sangue, i suoi figli.

Ammetto di essermi commossa più volte. Per la potenza schiacciante delle immagini che contrappongono la Vita, nascita del mondo, scontri di galassie, oceani di stelle, il primo essere con un cuore pulsante che abbia provato pietà…e poi la vita, una famiglia, un nucleo micropiscopico nello sconfinato universo, che pure dal particolare sprigiona l’universalità del senso, del tragitto, della direzione. In fondo al tunnel ci riuniremo tutti, sembra voler dire Malick, con un film che prende il senso religioso, o meglio la spiritualità nella sua accezione più bella e più alta…ci riuniremo tutti insomma, come sarebbe bello, ai nostri cari, e chi non è stato capace di assaporare in vita lo stato di grazia, di colpo saprà perdonare.

Sarebbe bello riuscire a credere che è questo quello che ci aspetta. Di certo, c’è una frase lapidaria che si staglia sul flusso di immagini metafisiche, e dice una verità universale, che accomuna – e se non lo fa dovrebbe – credenti e non.

“L’unico modo per essere felici è amare. Se non ami la tua vita passerà in un lampo. Fai del bene. Meravigliati. Spera.”