Viaggio alla fine del mondo

Sul cielo offuscato dall’apocalisse e la terra corrosa di polvere e spari si stagliano in campo lungo due eterne figure: un figlio ed un padre. Il piccolo trema e ha paura come Gesù bambino la notte in cui è nato. Il padre se lo tiene a fianco come un tesoro, mentre si guarda le spalle dal male che incombe.

Il cuore dolorante della Terra ha cessato di battere quattordici anni prima senza un perchè. Gli alberi si arrendono alla violenza dei terremoti, nessun uccello in cielo che squarci la notte riempiendola di speranza col suo volo. E nemmeno un topo in terra, che indichi la strada per sfuggire ai maremoti. A far la parte dei ratti solo esseri umani affamati e scacciati col veleno dalle loro case.

Per tutti un’unica missione: sopravvivere. Per quel padre e quel figlio un compito in più degli altri: restare umani in un mare di ratti affamati. A morire di fame ci vuole il tempo che basta a scoprire la propria abiezione. Mangiarsi gli uni con gli altri non ha più niente di orrendo se tutti siamo ormai prede, ed il destino o il caso è il predatore.

John Hillcoat raccoglie in un unico film tutti i temi impossibili da rappresentare. La fine dell’Uomo e della speranza, il Suicidio, la lotta per la sopravvivenza, l’Amore filiale, il cannibalismo, il Bene, il Male. Il bambino è l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo, il padre solo un suo umile servitore con l’unico obiettivo di mantenerne la purezza intatta. L’angoscia contamina anche i ricordi in cui c’era ancora il sole. Si espande su una madre che ha scelto di morire per non soccombere alla legge del più forte, inquina una nascita che ha il sapore di una condanna.

Nel viaggio verso Sud esplodono incendi per le strade. Ma l’unica fiamma che i due cuori erranti conservano è quella dell’Amore che ne muove ogni passo, contro le urla degli stomaci e i coltelli dei dimenticati. Dove una volta c’era il mare compare una lastra indifferente di acqua buia, che inghiotte tutto quanto. Il futuro non c’è, solo un eterno istante presente di indicibile paura. Come unica amica una pistola con due colpi, l’ultimo lusso della disperazione.

Il mondo salvato da un ragazzino, l’unico ad avere il dovere ed insieme la terribile responsabilità di insegnare a tutti gli altri che verranno l’eterna differenza tra bene e male, tra uomini e topi.

Nick Cave e Warren Ellis orchestrano un inferno gelido e claustrofobico, che negli sterminati spazi desolati presenta insieme l’anima e la società, così com’è, mentre attendiamo un’ Apocalisse che forse è già arrivata, che sia stato un gelido Gennaio ad Auschwitz o un torrido Agosto in Rwanda. Hillcoat ci dice che Dio è morto infinite volte e altrattante è risorto nello sguardo di un bambino. Qualcuno ha definito questo film “troppo pessimista”. Non credo. L’innocenza ci guarda massacrare i nostri simili, tende la mano candida al mostro armato che gli sta davanti.

Geremia 7 : 32 – Beyold the “Valley of Slaughter”. Ecco la Valle del Massacro.