Non esiste mese migliore per l’uscita di un nuovo disco dei The National. Settembre è il mese che rimette tutti al proprio posto. Qualcuno prova a scappare, ad andarsene fuori tempo massimo al mare, ignorando che a casa tutti hanno iniziato a prendere la metro e vengono sorpresi da quelle piogge improvvise che, una dopo l’altra, chiudono le calotte nei cassetti e fanno indossare maglie più pesanti. Più rassicuranti. È naturale che i The National in un quadro del genere siano il balsamo di cui abbiamo bisogno. Sleep well beast è il settimo disco della band e arriva per sistemare le cose e accarezzarci la testa.

Ci sono giorni, settimane, in cui abbiamo voglia di essere esattamente quello che sentiamo, o addirittura di amplificare certe lievi note amare. Ne abbiamo semplicemente bisogno. E i The National ci vengono in soccorso, come in quella frase sulla musica pop in Alta Fedeltà di Nick Hornby. E ci dimostrano che non andare in ufficio ma in sala prove non ti esime dalle incomprensioni. Che non vivere a Rovigo ma a New York ti fa rimanere comunque a casa con una bottiglia di vino.

Ogni disco dei The National entra maggiormente in profondità in quello che è uno stato d’animo che prima o poi, se il mondo è un posto giusto, verrà chiamato con il loro nome.

Molti accusano i The National di fare sempre più o meno lo stesso disco, di non avere guizzi. Di non essere niente di troppo definito, di non trascinare ma nemmeno di affondare fino in fondo. Molti sbagliano. O forse molti hanno ragione. Il fatto è che è molto difficile tenere questa cornice e renderla sempre più coerente, lucidandola disco dopo disco. Nessun volo pindarico rivoluzionario. Nessuna resa al rock springsteeniano che fa sbraitare ai concerti. Niente occhiolini piacioni.

E poi chi lo dice che non trascinano? Sleep well beast riesce anche in questo. Sulle batterie dei The National non serve dilungarsi oltre, credo. Ma stavolta ci sono pure un sacco di chitarre, e sfido il più scettico a rimanere indifferente con The day I die. Chi lo dice che non sono anche un po’ sbracati (nessuno, se si è andati a vedere un loro concerto)? Chi lo dice che non hanno osato? Sleep well beast potrebbe quasi segnare la svolta elettronica dei The National (Born to bag, Empire line e I’ll still destroy you, ma anche la titletrack. Insomma mezzo disco). E che dire di quel Nick Cave che serpeggia in Turtleneck (così potranno stare sereni i tutori dell’autenticità della tristezza)? E dei The National in purezza in Carin at the Liquor store e di The System only dreams in total darkness?

the national

Sleep well beast porta in sé la classe dei The National, che non riescono a banalizzarsi manco quando Berninger è sbronzo sul palco, ma perfezionano quello che sanno fare meglio senza provare a spararla più grossa.

Maturano, diventano più compatti riuscendo a dissipare il timore di rimanere deluso che puoi avere poco prima di iniziare ad ascoltare il disco appena uscito. Appassionarsi a tutto questo per qualcuno può non essere immediato, può non essere folgorante. A qualcuno piace innamorarsi solo con i colpi di fulmine. Per chi sa attendere (e per chi va avvezzo a certe folgorazioni strambe) però si tratta di un amore lungo e fedele (e forse è in questo che si possono paragonare agli altrettanto “adulti” R.E.M.). Di quelli che scenderanno, dandoti il braccio, almeno un milione di scale.

I The National con la loro musica delineano delle situazioni, non sbraitano l’amore, ti fanno entrare in situazioni dove gli stati d’animo si respirano. Scene banali, non sempre felici, ma comuni più o meno a tutti. È questa la loro forza, il loro messaggio. Non serve parlare d’amore per farlo emergere, basta saperne schizzare le linee, i tratti. Ognuno di noi a quella lampada darà una forma, a quel bicchiere una pesantezza. Quella chiacchierata notturna sarà in auto o sul divano di un altro. Al telefono o in un locale che aspetta noi per chiudere. Queste sono le nostre storie, le storie di Berninger. È questo che li rende così intimi, al di là di una voce baritonale che suona bene mentre fuori scende l’umida sera d’autunno. Non possono deludere perché non scrivono manifesti generazionali, non rappresentano con le loro parole nessuno se non se stessi e quindi tutti noi. Noi che sfidiamo la quotidianità, la noia, i litigi che sono sempre più o meno quelli, cambia il modello di lavatrice o l’indirizzo della scuola. Quello che sembrano aver capito i The National è che quando vale davvero la pena poi torna tutto al proprio posto, sempre. E le loro famiglie, la loro band, la loro musica sembrano valerne la pena. Sì.

È che abbiamo bisogno di sentirci simili e la similitudine non si può creare se non con degli squarci sulla carta lucida che avvolge la vita di una rock star. Abbiamo bisogno di sentirci simili agli altri per capire che non stiamo sbagliando. È forse questo che si cela dietro la lettura distratta di un oroscopo o delle lettere della posta del cuore. Niente ci riguarda di più che una storia senza tratti troppo definiti di una zingara che ci fa le carte. I The National non sono una zingara, per fortuna. E non cercano di raccontare nulla che non sia quello che hanno tra le mani. Spesso – squarciando la carta lucida – è lo stesso che abbiamo noi.

Essere adulti, diventare adulti significa questo, nonostante tutto. Nessuno viene a dirci quando accade, cosa cambia. Siamo sempre noi, e siamo tutti qui, sommossi dallo stesso vento. Per questo siamo felici che la nostra malinconia trovi nei loro dischi una traccia e una certezza. Vogliamo quella tristezza. Ne abbiamo bisogno. Vogliamo camminare per la strada e non guardare in faccia nessuno, per una volta. Pensare che guardare l’orizzonte con nelle cuffie Sleep well beast ci dia delle risposte, invece serve solo a cullare la nostra sana e infinitamente vitale voglia di tristezza. Sapendo che non siamo soli.