The Master (piece)

Freddie Quell ha ucciso molti uomini. E’stato mesi acquattato nell’erba folta di un paese lontanissimo dal suo, i nervi tesi come corde di violino nella danza macabra dei soldati, ha atteso ordini, ha preso il sole in faccia come si fa in vacanza ma sul pontile di una nave che trasportava distruzione. Al suo fianco ha avuto compagni chiassosi e donne di sabbia, bottiglie piene d’oblio veloci da svuotare. Gli occhi pian piano si sono introversi, smettendo di guardare in faccia l’orrore si sono gettati nel pozzo oscuro delle viscere. E fiumi d’alcol a colmare quel pozzo, come se si fosse di nuovo in mare, stavolta di notte e in una notte senza luna. Freddie Quell forse è diventato pazzo o forse è innamorato, o forse è solo un animale acquattato nel folto dell’erba coi nervi tesi pronto a scattare senza un motivo preciso, per un rumore, per un movimento reale o sognato.

Lancaster Dodd ha salvato molti uomini. Ha inventato un metodo per entrare nel pozzo nero dei lori inconsci e li ha condotti indietro nel tempo, all’origine dei loro disturbi, nelle loro vite precedenti. Ha girato il mondo su navi colme di cibo e ricchezza, ha impartito lezioni salendo in cattedra educando gli astanti ad una nuova religione. Insieme a lui un piccolo gruppo di adepti bisognosi d’essere governati, mogli e figli ortodossi e libri pesanti come Bibbie da scrivere attingendo in maniera scientifica alla propria immaginazione. Pian piano un sogno è diventato un culto, e un flusso di coscienza una fede da difendere. Lancaster Dodd forse è un ciarlatano, forse è un filosofo, o forse è solo un uomo che spia gli animali acquattati nel folto dell’erba cercando nelle proprie tasche un guinzaglio per poterli addomesticare.

Alla base di ogni incontro c’è la speranza di un contagio. Aiutami a diventare l’uomo che voglio. Aiutami a ritrovare l’animale che ho perso. Salvami dalla solitudine del comando. Cancellami dalle liste degli ultimi. In questa danza si trova il goffo tentativo di trovare un ritmo comune. Ma anche l’inevitabile lotta per la supremazia che si instaura tra servo e padrone, tra maestro e allievo, lì dove non si riesce più a distinguere chi influenza chi, sublimandone o depotenziandone gli istinti. Il maestro sa che non è tale senza una cavia sulla quale sperimentare. La cavia sa che può solo scappare, se vuole restare integra e viva. Eppure la fascinazione è abbastanza forte da paralizzare ogni tentativo.

Affetti da sindrome di Stoccolma siamo anche noi spettatori. Immobili sulla soglia delle nostre gabbie aperte. Impossibilitati a capire, sedotti dalla poesia di un linguaggio che trasmette per immagini e musica i suoi contenuti, senza riuscire a dire cos’è che ci affascina in maniera così innegabile. Anderson pizzica con abilità di liutaio le corde più irrazionali del nostro essere, rendendo il film stesso un organismo vitale – un maestro – che ricalca la fascinazione che si instaura tra i due protagonisti. Non sarà possibile dire a parole un solo concetto che renda magistrale questo film, pena una banalizzazione eccessiva, una semplificazione di piani che necessita di restare molteplice. Phoenix e Hoffman danzano e si respingono. I loro corpi parlano. Il sudore di Hoffman che tradisce la sua natura umana, la sua molle, pesante mole che offende la lucidità delle sue intenzioni. La magrezza insistita e quasi deforme di Phoenix, e i suoi occhi, pieni d’infinito.

Resta uscendo dalla sala un’inquietudine di fondo, che via via si consuma lasciando spazio alla prorompente bellezza, la sensazione di un viaggio ipnotico che ci concede di tornare alla realtà, frastornati ma vivi. Proprio come avviene ai protagonisti, la fine del film ti lascia orfano e   senza direzione. Eppure una direzione va presa, che sia rifugiandosi in una calda tana o costruendo un castello di cristallo per contenere i nostri deliri.

Beati coloro che riescono a vivere senza maestri.