Paradiso amaro

Tralasciamo le imperscrutabili ragioni che spingono i distributori cinematografici italiani a fare gli artisti e inventarsi di sana pianta i titoli, non è un mistero che negli anni Settanta fecero di una pellicola di Truffaut un surrogato dei film sporcaccioni di Alvaro Vitali, ribattezzando “Domicile Conjugal” con un più stuzzicante “Non drammatizziamo…è solo questione di corna”, che, insomma, di fantasia ce ne vuole a mettere i puntini di sospensione in un titolo.

Fatte le dovute precisazioni, c’è da dire che sebbene si siano inventati la traduzione, il titolo italiano riassume forse al meglio il carattere ossimorico del film che fa dell’ambientazione paradossale per un drammone il suo punto di forza. Bravi. Siamo alle Hawaii e il problema  ce lo presenta Matt King-Clooney stesso nel bel monologo di apertura: “I miei amici pensano che solo perché vivo alle Hawaii io sia in un paradiso, tutto il giorno a non fare altro che prendere onde. La verità è che non salgo sulla tavola da surf da 15 anni”.

Niente di più vero. Sappiamo tutti che le tragedie superano alla grande le barriere architettoniche, eppure c’è quel velato pregiudizio, che forse racchiude gran parte dell’umana speranza, che esista un paradiso in terra, al riparo dal dolore e dalla malattia, dove pure il Diavolo si rabbonisce davanti al più rosso dei tramonti sul mare.

Scordatevelo. E se siete di quelli che al cinema si commuovono (io ad esempio ho le lacrime in tasca) scordatevi pure questo film. Evitate di andare a vederlo con qualcuno su cui volete fare colpo, tipo il vostro capo o l’uomo della vostra vita col quale uscite per la prima volta, perchè all’accendersi delle luci in sala vi ritroverete con la faccia di Moira Orfei dopo un monsone estivo. Armatevi di fazzoletti e mascara waterproof.

Di acqua ce ne è tanta pure nel film. Piove tutto il tempo, l’oceano delle hawaii e il vostro viso colato si mischia alle lacrime copiose dei protagonisti. La sala è bagnata. Pure troppo. E non basta l’avvenente ironia di George, le sue espressioni bonariamente tragiche, la sua camminata alla Buster Keaton a salvarvi. Niente, giù lacrime come Elisabetta quando George l’ha liquidata.

Clooney è bravo e Alexander Payne lo sa, per questo ha costruito un film intero sulla sua faccia allegramente sconfitta e poi l’ha condito con la tragedia di una madre in coma, con due ragazzine sboccate e irresistibili e un sacco di infradito e camicie a fiori addosso a caratteristi molto capaci. Si piange e si ride, se vogliamo semplificare con una locuzione odiosa. Però, è più bello l’inizio quando si ride perchè sono tutti grottescamente incazzati, che la fine quando ci strappano le lacrime a forza e diventano tutti buoni, dicono “I love you” e “I forgive you” ogni cinque secondi come sanno fare meglio di tutti gli americani. Alla fine il paradiso sono gli affetti e le terre vergini e lussureggianti delle Hawaii.

Godetevi il paesaggio, che forse è vero che con quell’oceano di cristallo davanti si quietano i pensieri.