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Quando non so cosa regalare a Natale, mi butto sui libri. Gli amici di una vita sono la sfida più ostica perchè mi conoscono talmente bene da sapere quando ho comprato la prima cosa che mi capitava sotto tiro, senza metterci un minimo di cuore. Sfogliando i cataloghi online delle varie case editrici – ebbene sì il traffico romano mi spinge a navigare in acque più tranquille, dando fondo alla carta di credito – ho trovato il libro perfetto.

Pubblicato ormai da qualche anno da Isbn Edizioni, resta sempre attuale, come i suoi protagonisti: I Clash. Sotto casa mia, su un muro di mattoni che pare New York, c’è un murales che li celebra. “The Clash” c’è scritto, a cubitali caratteri bianchi ormai sbiaditi. Quando lo vidi per la prima volta mi sentii in linea con l’universo, la mia band preferita, proprio nel mio quartiere. C’era vita in periferia oltre le campane della chiesetta lì vicino, oltre gli edifici residenziali da famigliole per bene, oltre i cani portati a pascolare nel parco giochi. C’era vita e c’era il punk.

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Il punk l’avevamo scoperto come più o meno tutti ai tempi del liceo con i Sex Pistols. Sboccati, scordinati, sporchi, approssimativi come il loro leader Sid Vicious, lucchetto al collo, siringa nel braccio, rischio continuo di overdose. Poi arrivarono loro, i Clash, Joe Strummer e i suoi con quell’aria da rockers svogliati, i capelli con la brillantina come nei Fifties, sonorità rubate ai grandi del rock ‘n’ roll ma pure al reggae e allo ska.

Fu amore a prima vista. Abbiamo sentino la chiamata di Londra e poi l’abbiamo guardata bruciare, ci siamo persi nei supermarket e abbiamo ascoltato i colpi sordi alla porta picchiati dalle pistole di Brixton. Quando Joe è morto, nel 2002, abbiamo pianto. Abbiamo ritagliato gli articoli dai giornali e ce li siamo appesi in camera, li abbiamo appiccicati con la colla Pritt alle pagine dei diari, con intorno cuori fatti con le penne Bic e scritte che gridavano tutte storte che il punk non muore mai.

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Ci manca ancora Joe e ci mancano i Clash, che hanno fatto da colonna sonora ai nostri anni più belli, che ci hanno visto crescere alla velocità della luce, mentre cercavamo il nostro posto nel mondo, con le chitarre in mano, i capelli tinti dei colori più improbabili, le calze strappate e gli anfibi da riot girls. Loro erano lì durante il nostro primo bacio, a veder le ginocchia tremare la prima volta che ci siamo spogliate, mentre attendevamo il nostro turno per l’interrogazione, e sugli autobus, un pò intontiti, nei posti in fondo, coi piedi sul sedile di fianco.

Ci ricordano un tempo che da qualche parte dura per sempre, quando avevamo ancora fiducia che tutto potesse succedere, il mondo era un fiammifero nelle nostre mani su cui soffiavamo forte, e avevamo voglia di lottare. Un tempo in cui la musica era tutto e pure noi eravamo musica.

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Per questo un libro sui Clash mi pare il regalo perfetto, perchè l’unico modo per tornare indietro è ricordare. Rimetti su Rock The Casbah, che ho voglia di ballare.