“The hardest thing is to do something which is close to nothing, because it’s demanding all of you”.

Cos’hanno in comune Jay-Z e Marina Abramović? Difficile dirlo: storica performer di origini serbe lei, rapper e produttore discografico statunitense lui, sembravano non avere alcun punto d’incontro a parte l’essere, seppur in modo diverso, artisti.

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E invece, un incontro c’è stato, non solo simbolico ma in carne ed ossa. Vi sarà capitato, forse, di imbattervi in questi giorni in diversi video dell’evento e di chiedervi il perché di quello strano quadretto (performer + rapper in un museo, circondati da persone e telecamere); se avete fatto una ricerca, saprete che Jay-Z ha deciso di girare il video del suo ultimo singolo in un museo e, per farlo, ha scelto di cantare e ballare per sei ore davanti ai visitatori. Anzi, a dirla tutta, tra di loro.
Ed è qui che entra in scena Marina. Perché la trovata del rapper americano altro non è che un vero e proprio remake in musica (e in piccolo) di The Artist is Present, la famosa performance che la Abramović sostenne, nel 2010, in occasione della sua personale al MoMa di New York.

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Tre mesi interi in cui l’artista è rimasta seduta immobile, ogni giorno, al piano terra del museo,osservando chiunque desiderasse sedersi di fronte a lei, instaurando uno strano rapporto umano toccante e inaspettatamente profondo tra anime sconosciute. Perché, allora, non ripassare questa avventura con il bel film The Artist is Present? Girato da Matthew Akers, il documentario ci prende per mano e ci accompagna nell’intensa preparazione dell’evento, dai sopralluoghi alla performance vera e propria. Che voi l’amiate, o che siate a digiuno di arte, poi, non importa: The Artist is Present racconta un po’ tutto, dalle vecchie performance di Marina alla sua vita di tutti i giorni, illuminando lo spettatore sulle immani difficoltà (fisiche, organizzative, ma anche psicologiche) di portare a termine una performance di questo tipo.

Qui si toccano tutti i punti fondamentali della vita e della carriera di Marina, dalla capacità di spingere il proprio corpo oltre i normali limiti, fino al rapporto con Ulay, l’artista che fu suo compagno nel lavoro e nella vita per ben dodici anni, in questo caso protagonista di uno dei momenti più commoventi del documentario.

© 2010 Scott Rudd www.scottruddphotography.com scott.rudd@gmail.com

La Marina Abramović che si scopre, fotogramma dopo fotogramma, è come l’acqua: piena di pace quando la si guarda in un giorno sereno, ma potentissima e spaventosa durante la tempesta. E’ proprio questo senso di calma, curiosamente opposto al furore delle sue performances più controverse, ad emergere prepotente: la quieta accettazione del dolore e della fatica, il lucido coraggio che fanno dell’artista non solo “la nonna della performance art”, ma anche l’antesignana delle donne cazzute moderne. Che poi, quanto è bella Marina? Lei riesce a stare nuda per ore su un sellino a due metri d’altezza, noi storciamo il naso se incontriamo un pavé in bicicletta; lei a sessantacinque anni può starsene per tre mesi seduta sulla stessa sedia e riuscire ad essere elegante quando si scrocchia la schiena, noi invece, diciamolo, vogliamo fermarci a fare la pipì in tutti gli Autogrill anche se il viaggio dura tre ore.

"The Artist is Present" Marina Abramovic MoMA - New York

Chi è il vero protagonista delle performance? Come può una persona, con la sua sola presenza, diventare non solo arte ma anche motivo di cambiamento e sconvolgimento interiore? E, soprattutto, perché questa è arte? Quello che è sicuro è che le vostre risposte potrebbero cambiare dopo aver visto The Artist is Present. Se vi serve un motivo in più per guardarlo, chiedete a James Franco! Buona visione!

www.marinafilm.com