Non è facile entrare nella testa delle ragazzine senza farci il solito polpettone moralista, educativo o anche soltanto nostalgico. Terremoto di Chiara Barzini rende questa entrata agevole e fluida. Sarà che la sua è stata un’adolescenza speciale – il romanzo è in qualche modo ispirato alla sua vita vera – sarà che se un’adolescenza si svolge tra Roma e Los Angeles ed è disseminata di personaggi insoliti, rotti – sia adulti che ragazzini – la trama un po’ viene fuori da sola.

Sarà che i libri ambientati in America (e Terremoto è un libro scritto innanzitutto in inglese e poi tradotto in italiano dalla stessa autrice e da Francesco Pacifico) riescono a sviluppare maggiormente i sensi, tutti. Si respira quel “luminoso invisibile”. Si vede il caldo, si tocca l’appiccicaticcio, si cammina lenti insieme a Eugenia per le strade di Los Angeles, dove l’asfalto trasuda e lo smog castra. Dove la cose sono brutte, mica come certa America bella e intrisa di sogno americano. Ci sono gli emarginati, giovani e adulti. Terremoto è disseminato di persone che ci hanno provato, a sognare, ma poi da quel sogno americano si sono svegliate obese o alcolizzate, senza un soldo. Anche i genitori di Eugenia vivono questo baratro; ma l’Italia, la vecchia Italia, piccola, mammona, provinciale, l’Italia delle paste alla Norma e delle persone che si conoscono tutte e non vanno più in là di dove sono sempre state, da decenni (il libro tiene sullo sfondo l’ascesa di Berlusconi nel 1994) alla fine ti salva, come un brodo quando sei malato. L’Italia è più vera di quella luce losangelina che non si deve nemmeno cercare di afferrare, ma lo si capisce e lo si apprezza soltanto quando quella luce hai provato a tenerla in mano e non ce l’hai fatta. È vera per chi è andato ma poi può tornare indietro. Eugenia in realtà non ci ha mai provato perché non ci ha mai creduto, tranne nelle ultime pagine del libro, per questo continuerà a crederci.

Leggere Terremoto ti dà una sensazione strana e lievemente irritante, come quella degli slip che si infilano nel sedere. Un fastidio lieve, che provi a eliminare e per un po’ ci riesci, ma poi torna tutto come prima. Fino a quando te ne freghi. Le persone che incontra Eugenia sono scomode, spigolose, difficili da accogliere ma soprattutto poco accoglienti. E come quasi tutte le ragazzine, Eugenia si affida comunque, ed entra in connessione con gang, famiglie sbilenche, adolescenti già convinti che il loro treno è passato.

L’aridità rimane forte in tutto il romanzo, e connette tutte le sue parti. Quella dedicata alle vacanze in un’isola siciliana brulla e dai costumi di un meridione latifondista e ottocentesco è forse una delle più riuscite, intensa anche se poco nitida, proprio come certe giornate di caldo torrido di luglio, dove il sole brucia tutto e offusca la vista. I contorni sono molli ma i contrasti fortissimi. Sul terrazzo vacanzieri tedeschi praticano yoga nudi e convivono con un sud magico e semianalfabeta, fin troppo primitivo nel suo non usare il pettine o un’arricciaspiccia qualunque.

terremoto

Terremoto è un libro che mantiene quello che promette, un’opera di Alberto Burri secca ma estremamente emozionale.

Ma tornando a quel discorso sugli slip, forse mantiene per troppo tempo quella sensazione di fastidio, prima di riuscire a convincerti a fregartene per davvero e sculettare in Melrose Ave. I personaggi, anche quelli che incontriamo per qualche riga, riescono a comunicare quasi sempre malessere, polvere, sradicamento. Nonostante i paragoni in letteratura siano abbastanza inutili, leggendo Terremoto viene per forza di cose in mente Le Ragazze di Emma Cline. Anche lì i disperati circondavano la protagonista che decide di immergersi e diventare parte di loro, ma la pasta era quella di un romanzo più ricco e completo, con delle righe da prendere e incorniciare. Qui il risultato non è sempre altrettanto efficace, con eccessi di inutile lirismo dei sentimenti e di personaggi che finiscono per essere soggetti bidimensionali e troppo caricaturali.

Non è facile raccontare l’adolescenza. Chiara Barzini la racconta scegliendo un set insolito, dove noi non c’entriamo granché. Inizia così, non chiedendoci nulla, mostrandosi e basta, fregandosene della nostra iniziale indifferenza scettica e probabilmente consapevole di certe forzature. Finisce che questa dissonanza ci convince a fregarcene e quel fastidio fa sculettare Terremoto alla grande.

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La foto in apertura è di Alessandra Tecla Gerevini.