Apro un occhio, pigrissimo e lotto per tenerlo vigile. L’altro segue, super a malincuore. Mi trascino in bagno gettando, ad intervalli di 2,3 secondi, lo sguardo sull’orologio che, inflessibile, mi comunica con perentoria certezza che sono già praticamente in ritardo. Ingrano la quarta e sgommo verso il mondo acolazionata e con la certezza che sarà una giornata luciferina. Una morsa gelida mi avvolge. In barba alla neonata estate ci sono un pugno di gradi e una brezza importante mi arrizza la peluria bracciale. Ovviamente sono abbigliata da solleone ai tropici. Bene. Iniziamo veramente bene. Monto in sella all’auto e parto per le stradine di Canelli sfrecciando ad una velocità supersonica, con l’umore fumo di Londra. Ovviamente m’imbatto nei consueti diversamente giovani che pascolano ai 2 all’ora per la carreggiata credo perché intenti a cercare funghi o osservare sul terreno forme di vita invisibili ad occhi nudo. Imprecando supero e rallento nuovamente perché un fantastico trattorino mi invita ad danzare un lento con lui. Mi arrendo e lascio che la mente si perda all’orizzonte per evitare gesti inconsulti. Il verde brillante delle colline mi avvolge, quasi a rincuorarmi con il suo solare riverbero. L’occhio le accarezza partendo dai pendii morbidi fino ad incresparsi sulle cime.

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La visione è a 360 gradi, l’abbraccio dei pasciuti cumuli di terreno è ampio e materno. Il cielo si ritaglia il suo spazio, azzurrissimo, lasciando che qualche nuvoletta lattiginosa troneggi sulle cime quasi a toccarle per creare un legame. Gli spigoli geometrici delle vigne mi fanno correre lungo il loro disegno, dinamico e fluido. La mente si apre, dall’alto delle creste intuisce altro e vi si tuffa. Altre colline, altri dipinti intervallati da macchine brune, soffici chiome boscose e familiari costruzioni arroccate. Come in un giardino noto chiazze di colore, vive, mobili, distribuite con casualità. Sono i contadini, i guardiani del tesoro collinare che sono intenti nei trattamenti delle vigne. Il paesaggio brulica di vita ed emana qualcosa di magico, di ipnotizzante. Lo spettacolo ha anche un odore, dolce, terroso e forte, il profumo delle zolle bagnate di rugiada e della vigna, una miscela con carattere che trafigge ed incanta. Un senso di bellezza mi pervade scacciando il malumore. La mia terra, le Langhe, sono davvero una cosabella. Non pensate sia frutto della mia instabile condizione a cavallo tra la fase REM e la fase vigile, le mie sensazioni si ripetono identiche sin da quando ho memoria. Il paesaggio in cui sono cresciuta mi ha sempre affascinato riuscendo immancabilmente a distrarmi per dare a lui la totale attenzione.

Terraevinopatrimoniodellumanità_02Nella sua antica staticità ha un dinamismo senza posa. La collina pulsa, vive, cambia pelle, si trasforma grazie alla mutevolezza cromatica delle sue vigne, indiscusse protagoniste. Sono proprio loro a fare la differenza. Onnipresenti, rigorose, delineano l’identità della Langa e dei vicini Monferrato e Roero. Sono ovunque, davvero. Le abili mani dei nostri antenati, compreso l’immenso potenziale del terroir, hanno saputo ricamare sapientemente ogni anfratto di queste curve cucendo loro addosso un abito su misura, perfetto e incredibile. Pali legnosi e di cemento, cinti nel verde abbraccio dei tralci, si alternano guidandoci dalle vette ai pendii, per poi risalire e tornare giù come su una giostra. Nel viaggio si passa per luoghi ameni dove è difficile stare in piedi tanta è la pendenza ma dove, di certo, è doveroso lavorare e prendersi cura dell’uva che qui riesce ad esprimersi al meglio. Una delle cose più belle di questa visione è la sensazione di apertura, la rassicurazione di possibilità, la certezza della labilità dei confini. Non ci sono limiti, ciò che sembra la fine, la vetta, è in realtà solo l’inizio, la finestra su un nuovo mondo, una nuova vallata disseminata di vita e orlata da altre colline, e ancora altre, senza una fine. Questo scorcio d’infinito s’accende di notte con le fioche lucine che fanno brillare i pendii e la danza delle ombre che con la luna piena tratteggia, grazie alle frastagliate foglie di vite e alle costruzioni antiche, uno spettacolo continuo. A completare l’incantesimo la consapevolezza che questo capolavoro frutto dell’amore tra natura e uomo oltre a soddisfazione visiva e concettuale ci regala grande goduria palatale con i suoi innumerevoli frutti enologici. Queste terre ci regalano infatti mostri sacri come il Barolo, il Barbaresco, il Nebbiolo, fidi compagni come il Barbera d’Asti e d’Alba, il Dolcetto, l’Arneis, l’Alta Langa, il Langhe, il Pelaverga, il Moscato d’Asti e l’Asti, la Gamba di Pernice, il Nascette e molti altri. Sono la culla delle grandi epopee enologiche piemontesi ed italiane (a Canelli sono nate le prime case spumantiere italiane).

Veduta aerea colline Barolo

Veduta aerea colline Barolo

Sono davvero fortunata ad abitare in un luogo così e sono veramente orgogliosa che questa bellezza sia stata ufficialmente riconosciuta pochi giorni fa Patrimonio mondiale con l’ingresso dei “Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato” nel club Unesco. Il nuovo sito si estende in 29 comuni su cui svettano 6 aree principali: Langa del Barolo, Castello di Grinzane Cavour, Colline del Barbaresco, Nizza Monferrato e il Barbera, Canelli e l’Asti Spumante, Monferrato degli «infernot» (cantine scavata nel tufo), e Roero.
Il vino e le sue colline hanno affermato davanti al mondo quanto siano cosebelle e non posso che brindare a loro, con tutte voi, augurandovi di perdervi quanto prima nella dolce vertigine di questo capolavoro.