Il cimitero di Kensal Green a Londra.

Si muore come si è vissuto. Se le città dei morti sono sempre lo specchio delle città dei vivi, i cimiteri britannici non fanno eccezione alla regola. Si vive britannicamente in casette a schiera, ciascuna col suo portone e ciascuna col suo giardino; e si riposa britannicamente in eterno nel proprio individuale pezzetto di terra, senza fastidiosi vicini di loculo, sormontati da cherubini di pietra, muschio ed edera rampicante.


Il cimitero di Kensal Green a Londra è forse meno spettacolare del più famoso Highgate, ma proprio perché meno famoso lo si può visitare a proprio piacimento, da soli e in silenzio come a certi luoghi si conviene. Le informazioni storiche e botaniche si ricavano facilmente dal sito ufficiale, in cui la General Cemetery Company, dopo aver vantato la democratica duttilità del luogo (“per tutte le fedi e tutte le tasche”) e aver decantato le varietà floreali come si farebbe per un orto botanico, si dichiara “orgogliosa di fornire a ciascuno un ambiente unico e personale in cui ricordare i propri cari”. Tutto molto inglese.

Ma note informative a parte, il consiglio è passeggiare a mente libera per i vialetti, fra urne e tempietti classici in rovina e romanitici angeli dai bei volti tristi, e lasciarsi ispirare dalla semplice poesia del luogo a pensieri di dignitosa accettazione della nostra fragilità ma anche di solida gratitudine per la bellezza che è in tutte le cose.
Per poi riattraversare i cancelli e buttarsi di nuovo nel traffico cittadino di North-West London. “For there is good news yet to hear and fine things to be seen / Before we go to Paradise by way of Kensal Green” (“Perchè ci sono ancora buon nuove da ascoltare e belle cose da vedere, Prima di andare in Paradiso passando da Kensal Green”, The Rolling English Road, G. K. Chesterton).