A Firenze, la mia città da un anno, è tempo di gite scolastiche. Anche in questo momento, c’è da scommetterci, non sono solo i consueti gruppi di giapponesi (guida-muniti) e le americane in vacanza (infradito-munite) a fare la fila per visitare musei e altre istituzioni culturali. Chiassosi, scomposti, sognanti, in attesa fuori dalla Galleria dell’Accademia e dagli Uffizi ci sono anche loro, gli studenti, tutti (forse, inconsciamente) destinati a ricordare per sempre “quella volta che ho visto il David dal vero“, qualunque sia il livello di interesse in questo momento.

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Mostra “Norma e Capriccio – Spagnoli in Italia agli esordi della maniera moderna”, Galleria degli Uffizi, marzo 2013 – Credits V. Silvestrini

Non di rado, osservandoli, mi torna in mente il senso di appartenenza che avvertivo, alla loro età, trovandomi nella stessa situazione. Per me, i musei erano e restano, ovunque nel mondo non semplicemente delle destinazioni imperdibili: sterminati o minuti, maestosi o modesti li considero una sorta di “manifesto dell’identità di un popolo”, reso visitabile e fruibile ad orari prefissati. E lì, mi sento a casa.
Durante la mia adolescenza (metà anni 90, diciamo) non impazzava la mania degli acronomi, i dipartimenti di didattica erano rari e avvicinarsi ad una vetrina con macchina fotografica (rullino-munita) non era una mossa vista di buon occhio dai custodi. E così, se la prof accompagnatrice era di quella che assegnavano il resoconto post-gita, al museo andavi con astuccio&quadernino e copiavi a mano le didascalie per ricordare tutte le opere (specie quella al centro della sala che, se stava proprio lì, non poteva che essere “la più importante di tutte“). In relativamente poco tempo, tutto questo sembra appartenere al Paleolitico inferiore. Solo in Italia abbiamo MART, MAXXI, MACRO, PAC e perfino MAO, GNAM, MAMBO, MIAAO, MUSLI e MAGA; tutti i musei hanno il loro sito, profili e attività social e vari specialisti pronti a dare il meglio per la causa. Gente tipo Web Master, Social Media Manager, Digital Consultant, e-Reputation Manager, Transmedia Web Editor e altri nomi così… giusto, no? Ecco nell’italico Stivale no. O almeno, non ovunque. Ma finalmente ha fatto la sua comparsa #svegliamuseo. E la sottoscritta fa il tifo per un’inversione di tendenza che ci catapulti, davvero e in tempi ragionevoli, nella nostra epoca.

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Cosebelle: Francesca, Aurora, Federica,Alessandro e Valeria: nel giro di pochi mesi vi siete guadagnate l’appellativo di “ragazzi che danno la sveglia ai musei italiani”. Noi, prima di tutto, vogliamo sapere chi siete, di cosa vi occupate e soprattutto come nasce la passione per i musei.

Francesca Porden De Gottardo: L’idea è nata da me. Sono un’archeologa passata al “lato oscuro” del marketing e oggi social media manager in una web agency. Mi sono messa in moto e ho creato #svegliamuseo dopo aver scoperto che molti dei musei che conoscevo erano completamente assenti dai social network o li utilizzavano solo per comunicare gli orari di apertura straordinaria della domenica. Il team originale ha visto salire a bordo prima Aurora, anche lei archeologa e appena tornata in Italia dopo un’esperienza di un anno al Getty Museum di Los Angeles, e poi Federica, laureata in lingue e appassionata di tutto quello che è social e digital. Con il passare dei mesi e l’aumentare della quantità di cose da fare, abbiamo esteso il gruppo che ora comprende Alessandro, un altro archeologo, questa volta con la fissa per lo storytelling e le dinamiche di scrittura online. E, infine, abbiamo incontrato a Museums and the Web, a Firenze, Valeria, laureata in gestione dei beni culturali e intern presso lo Smithsonian Museum di Washington, dove si occupa di mobile. Nel totale, quindi, siamo un gruppo eterogeneo e sparpagliato in mezza Italia (forse dovremmo dire mezzo mondo!), stiamo tutti per compiere 30 anni, chi prima e chi dopo, e ci stiamo dando da fare in maniera del tutto volontaria per provare a cambiare lo status quo nell’ambito della comunicazione online dei musei italiani.

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CB: Nel giro di pochi mesi #svegliamuseo è divenuta una community che solo su fb conta oltre 1000 utenti, notata anche dall’ex Ministro Bray. Cosa state scoprendo della realtà museale italiana? Avete qualche aneddoto da condividere con i nostri lettori?
F: Siamo orgogliosissimi della community ed è incredibile quante cose abbiamo imparato in questi mesi di #svegliamuseo grazie a questo scambio continuo e reciproco di link, novità, commenti e anche discussioni. Grazie alla community, stiamo scoprendo che i musei italiani non sono una massa di zombie addormentati e che molte realtà sono, anzi, un continuo fermento di idee e iniziative. Abbiamo avuto modo di confrontarci soprattutto con musei di dimensioni medio-piccole e di capire meglio quali siano le difficoltà con cui sono costretti a convivere, dalle lentezze di meccanismi burocratici inimmaginabili per chi vive al di fuori del sistema statale, alla reale carenza di fondi e di personale, alle chiusure mentali di chi prende le decisioni finali. Ma abbiamo anche potuto conoscere persone che non si fermano davanti a queste oggettive difficoltà e lottano ogni giorno contro i mulini a vento per dare al loro museo una voce più moderna e più vicina alle persone. C’è un  museo in Puglia, ad esempio, che fin dalla prima settimana di #svegliamuseo ha interagito con noi, passando dallo scetticismo iniziale alla curiosità e alla richiesta continua di maggiori informazioni – anche molto pratiche, come “Come si cancella un pin su Pinterest?” – per arrivare a recepire davvero il messaggio che stiamo lanciando e ad abbracciare con entusiasmo le novità di cui si parla nella community. È molto interessante ripensare a certe “scornate” che ci siamo dati nei mesi iniziali, quando oggi siamo legati da un rapporto di amicizia quasi affettuosa e facciamo parte della reciproca quotidianità lavorativa, pur non essendoci mai incontrati!

CB: Fuori i nomi! Un grande museo italiano virtuoso sui social, un grande museo italiano che meriterebbe una simbolica “maglia nera” e le eccellenze internazionali che meritano di essere studiate come riferimenti.
F: Un grande museo italiano virtuoso sui social è sicuramente Palazzo Madama di Torino. Si danno da fare continuamente con iniziative molto interessanti e sono i primi ad aver messo in atto con successo una campagna di crowdfunding. Utilizzano i social network in maniera davvero integrata e coerente e si capisce che dietro c’è un’attenta pianificazione strategica. Voto: 10 e lode! Voto 4 alla Galleria degli Uffizi: nonostante sia uno dei musei più famosi al mondo, è presente online sempre e solo attraverso la pagina del Polo Museale Fiorentino, perdendo una grande occasione di comunicare con il suo pubblico, soprattutto quello straniero, che non sa dove cercarli! Quanto alle eccellenze internazionali, stiamo intervistando alcuni musei molto interessanti, come il Prado in Spagna, lo Smithsonian negli Stati Uniti, il Rijskmuseum nei Paesi Bassi, lo Statens Museum for Kunst di Danimarca e la Tate in Inghilterra. Speriamo che le loro risposte e la loro “consulenza” ai musei italiani che si sono offerti volontari possano aiutare tutti a recepire quali siano i modi corretti di utilizzo di questi strumenti.

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CB: Molti piccoli musei hanno aderito con entusiasmo alla vostra “call to action”: come può tradursi sul piano operativo l’attività del vostro network a loro favore?
F: Quello che speriamo di fare è di diventare una sorta di piattaforma di riferimento per i musei in Italia che vogliono tenersi aggiornati sui temi che riguardano la comunicazione, il web e il digitale. Vorremmo essere sempre più un tramite tra la realtà italiana e quelle best case straniere che spesso i nostri musei non sanno dove trovare o come approcciare. Stiamo organizzando delle interviste nella forma di Google Hangout con diretta su YouTube per velocizzare i tempi di scambio tra i professionisti stranieri e i musei italiani che aderiscono alla call to action. Sarà possibile intervenire in diretta via chat, Twitter o email e speriamo che possa essere un buon modo per fornire consigli pratici e risposte utili a chi si occupa di comunicazione in un museo italiano.

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CB: Prima di chiudere l’intervista, voglio chiederti il tuo primo ricordo all’interno di un museo.
F:
 Non è il mio primo ricordo, ma è sempre il primo che mi viene in mente quando ci penso. Ero in quarta ginnasio e ci avevano portati in gita a Bologna. All’epoca ero già sicurissima che avrei fatto l’archeologa da grande e ricordo l’emozione di visitare questo piccolo museo archeologico con una collezione egizia che aveva dell’incredibile. Nella mia vita ho poi avuto l’occasione di vedere molti musei, e molte collezioni di archeologia egiziana famose, ma mi sogno ancora il brivido di quel giorno a girare tra le teche a Bologna pensando, con assoluta fiducia nel futuro “un giorno lavorerò in un posto così”.

CB: E naturalmente non possiamo che salutarci con la nostra domanda di rito! Qual è,  per ciascuno di voi, una cosabella?
Francesca
: Preparare lo zaino per un nuovo viaggio e scegliere quale libro sarà lo sfondo di quest’avventura.
Alessandro: Passeggiare senza meta in una città sconosciuta in compagnia di una persona che “sappia leggermi”.
Valeria: Digital Harinezumi. Da quando l’ho comprata a Hong Kong una vita fa, mi ricorda le città che ho visitato con un tono di violetto.
Aurora:  Solitudine, natura e vento tra i capelli.
Federica: L’odore del mare, la sensazione del sole sulla pelle e lo spritz sulla spiaggia.
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